La capellona sul terrazzo (Pesto di erba cipollina)

La mia passione per i pestati rasenta la fissazione – e questo ormai si era già scritto e si era già letto.

Il lato positivo è che ciò mi porta di tanto in tanto alla scoperta di piccole perle culinarie.

Amando molto coltivare erbe aromatiche sul mio bel terrazzo, mi trovo ad essere ispirata dalla materia prima, che essendo a portata di mano mi permette di verificare immediatamente l’intuizione gastronomica.

Tra le mie piante aromatiche quella di erba cipollina è una delle più belle, così verde e scapigliata, capace di regalare a primavera tanti bellissimi fiori violacei ottimi nell’insalata.

Come ogni bella capellona, anche la cipollina ha bisogno che la sua chioma venga spuntata affinché resti sempre folta e morbida. Si usa infatti tagliare i fili di erba cipollina alla base, procedendo a settori; togliendo dei bei ciuffi in un lato prescelto in modo che poi, mentre di volta in volta si tagliano altre ciocche, si da modo a quelle di ricrescere fresche e tenere, pronte per essere nuovamente colte.

I suoi fili oltre a regalare gusto e freschezza a tanti piatti (come sa sgrassare lei il gusto del salmone, nessun’altra), sono molto utili per legare artisticamente fagottini e involtini (tipo quelli di bresaola ripiena di formaggio fresco) e molto belli per impiattare in maniera elegante e originale.

Inoltre, per quelli che come me soffrono di SII (sindrome dell’intestino irritabile), l’erba cipollina può costituire una interessante alternativa alla cipolla.

Per tutto questo, ho deciso di provarla in uno dei modi che ancora non avevo esplorato: il pesto, adatto soprattutto a crostini o come accompagnamento di formaggi.

Tre o quattro ingredienti e il frullatore a immersione, questo è tutto ciò che vi servirà per creare un antipasto inconsueto o uno stuzzicante finger food.

  • Erba cipollina, qb
  • Farina di mandorle, qb
  • Olio evo, qb
    Sale, un pizzico

Frullare gli ingredienti aggiungendo l’olio e la farina di mandorle gradualmente in modo da trovare il giusto equilibrio e la consistenza che più vi aggrada.

Appaghiamo lo sguardo, ovvero: combattiamo la desolazione estetica delle diete #2 (bicchierini di riso dolce)

Confesso di essere un po’ in difficoltà nel non riuscire a rassegnarmi alla fine delle vacanze e all’imminente arrivo della brutta stagione (che poi vero, considerarla brutta dipende dai punti di vista). Mi consolo pensando alla zucca che arriva in tavola e al fatto che usare il forno sarà finalmente piacevole (ché io il forno l’ho usato anche in questi mesi – non riesco a farne a meno – ma certo non senza una buona dose di masochismo)

Intanto continua la necessità di alleggerire, evitare l’abbuffo, fare spazio. E così riprendo il discorso avviato perché resta necessario non cedere alla sciatteria che può solo aggravare lo stato di privazione che ci rattrista quando seguiamo un regime alimentare restrittivo. Una portata disposta con garbo su un bel piatto può aiutarci a sostenere l’impegno. Un piccolo trucco? Apparecchiare la tavola e disporre le portate come se avessimo ospiti a cena.

 

Vero è che quando abbiamo ospiti serviamo anche il dessert, ma è altrettanto vero che se siamo a dieta dobbiamo ridurre al minimo i dolci.

Eccomi allora a proporvi un dolcetto non troppo impegnativo che, variando le porzioni, potrà essere gustato a colazione o dopo i pasti, se appartenete alla categoria di persone che non riescono ad alzarsi da tavola senza aver gustato un bocconcino dolce.

Bicchierini di riso dolce

(dosi per 8 bicchierini)

– riso basmati, 150 gr

– latte di mandorla (senza zuccheri aggiunti), 1 lt*

– miele o sciroppo d’acero, 1 cucchiaio

– scorza di limone*

– rapé di cocco, 2 cucchiai

– marmellata di fragole senza zuccheri aggiunti*, qb

Mettete il latte in una piccola casseruola con la buccia di limone e 1 cucchiaio scarso di miele o 1 colmo di sciroppo d’acero. Portate ad ebollizione e versateci quindi il riso dopo averlo sciacquato sotto l’acqua corrente. Badando che non si attacchi fatelo cuocere finché risulterà un po’ scotto e i chicchi tenderanno a rompersi; non lasciate però che si asciughi troppo: dovrà risultare un composto piuttosto morbido perché tenderà ad addensarsi una volta freddo. Togliete la buccia di limone e aggiungete il cocco mescolando bene.

Prendete dei bicchierini e cospargetene il fondo con la marmellata con uno strato di circa 1 cm e poi finite di riempire col riso dolce.

Conservateli in frigo.

Naturalmente questa è la versione leggera ma potrete renderla più golosa mettendo 3-4 cucchiai di zucchero al posto del miele e una marmellata anch’essa con zucchero. Potrete altresì usare latte vaccino al posto di quello vegetale.

* prodotti biologici

Coste in salsa

Un concetto alla base della mia cucina (scrisse la famosa cuoca pluristellata) che seguo sia per una questione di salute che per un principio ecologico e che qui vi ho ripetuto spesso, è quello di cucinare a partire dalle materie prime. Il massimo del prodotto manipolato che mi concedo sono i pomodori pelati.

Un altro principio di base (tempo e voglia permettendo, son sincera) è sfruttare al massimo i prodotti per ridurre al minimo gli sprechi.

In quest’ottica ho cucinato le costole di bietola al pomodoro.

Ingredienti:

– le costole (i gambi) avanzate dalla pulizia delle bietole

– pomodori pelati

– farina qb

– sale & pepe qb

– olio evo qb

Mettete a bollire una pentola d’acqua. Pulite le costole di bietola e tagliatele a metà se sono molto lunghe.

Quando l’acqua bolle, fate sbollentare le coste per un paio di minuti dopodiché scolatele, asciugatele e passatele in un po’ di farina.

Scaldate dell’olio in una padella e poi adagiateci le costole avendo cura di non sovrapporle; fatele dorare e ammorbidire; salatele.

Nel frattempo preparate una salsa di pomodoro con i pelati, un po’ d’olio, sale e pepe. Versate la salsa sui gambi di bietola ben dorati e ultimate la cottura.

Preparati prima e poi riscaldati saranno ancora meglio…come tutte le cose al sugo del resto!

Con il medesimo procedimento potrete cucinare i cardi.

Due al prezzo di una

Dalla ricetta dei peperoni ripieni di quinoa che ho pubblicato la scorsa settimana, si può ricavare un’altra ricetta, che mi piace tanto: le polpette di quinoa.

Usate il ripieno usato per i peperoni avendo l’accortezza però di fare una salsa di pomodoro molto densa e di far intiepidire sia la quinoa che la salsa prima di unirle. Se il composto dovesse comunque risultare troppo molle per realizzare le polpette, potete attuare le seguenti strategie:

  • aggiungete un po’ di parmigiano ( o di lievito in fiocchi per la versione vegana)

  • aggiungete un po’ di pangrattato

  • tenete in frigo per un po’ prima di maneggiare l’impasto.

Una volta ottenuto un buon impasto, formate delle palline, schiacciatele un po’ e passatele nel pangrattato.

Sistematele in una teglia da forno foderata di carta forno e unta con un po’ di olio. Salate un po’ in superficie e passate un altro goccio di olio. Infornate a 180 gradi per circa 20 minuti girandole a metà cottura.

Ho preso il toro per le corna

Ovvero, peperoni ripieni di quinoa.

Non conoscevo questi peperoni ma, come spesso accade, grazie al fornitore di verdura del mio amato gruppo d’acquisto solidale, li ho scoperti e apprezzati: perché belli, buoni e molto adatti ad essere farciti: sono i peperoni corna di toro**

Ingredienti

Peperoni corna di toro, 5*

Quinoa bianca, 1 tazza*

Acqua, 2 tazze

Salsa di pomodoro, qb*

Basilico, 4-5 foglie*

Capperi sotto sale, 2 belle manciate

Sale & pepe, qb

Olio e.v.o qb

Timo, qualche rametto*

 

 

Iniziate sciacquando la quinoa sotto l’acqua corrente; poi fate bollire le due tazze d’acqua e buttatecela dentro con un po’ di sale facendola cuocere finché i chicchi non si saranno aperti mostrando il loro ricciolino bianco. L’acqua dovrebbe essere stata assorbita tutta ma in ogni caso scolate la quinoa e lasciatela riposare un po’ in modo che si asciughi e i chicchi si sgranino facilmente.

 

Intanto preparate della salsa di pomodoro al basilico con un po’ d’olio sale e pepe: io sono partita da dei pomodori maturi ma potrete usare i pelati o la passata, l’importante è che profumi bene di basilico e di estate. Lasciatela raffreddare.

Lavate i peperoni, tagliate la parte superiore con il picciolo, togliete i semi e immergete in una pentola d’acqua che bolle i corni, sbollentandoli per 3-4 minuti. Toglieteli dall’acqua, lasciateli scolare e asciugateli con della carta da cucina.

 

Lavate i capperi e tritateli grossolanamente. Bagnate la quinoa con la salsa di pomodoro finché sarà ben colorita ma non liquida, unite i capperi, un goccio d’olio e aggiustate di sale e pepe.

A questo punto riempite i peperoni con la quinoa e adagiateli in una teglia foderata di carta forno e unta d’olio; salateli esternamente su tutti i lati, versate un filo d’olio e dei rametti di timo.

 

 

Fate cuocere in forno a 180 gradi per circa 30 minuti (ma potrete regolarvi meglio a occhio) rigirandoli a metà cottura.

Questa è una versione praticamente vegana e a mio avviso già gustosa così ma se preferirete, potrete aggiungere anche del formaggio, tipo parmigiano o formaggio a pasta filante.

*ingredienti biologici

**naturalmente andranno bene anche i classici peperoni quadrati

Ragù di zucca e olive nere

È arrivata l’ora di salutare la zucca.

< Ciao bella mia, abbiamo trascorso una buona stagione, tra risotti, vellutate e tegliate di verdure al forno. Ti abbraccio, cirisentiamoasettembre, stammi bene. >

Aprile è arrivato, la Pasquetta volge al termine e quindi oggi 2 aprile 2018, saluto la zucca e la metto a nanna fino alla prossima stagione.

Per onorare l’ultima “mantovana” che cucinerò da qui ad autunno mi sono fatta un buon “ragù” di zucca – lo chiamo così in virtù del fatto che la verdura sia tritata; così come la macinata di carne nel ragù vero.

– zucca (già pulita) 300 gr

– porri 1

– olive nere denocciolate

– alloro 1 foglia

– vino rosso 1/2 bicchiere

– olio, sale, peperoncino q.b

– acqua calda q.b

Affettate finemente il porro e rosolatelo in un tegame con l’olio.

Aggiungete la zucca tritata nel mixer e fatela appassire salandola un po’;

unite la foglia di alloro, peperoncino secondo il vostro gusto e sfumate col vino rosso.

Aggiungete le olive anch’esse tritate nel mixer.

Aggiungete un po’ di acqua calda e portate a cottura aggiustando di sale e aggiungendo eventualmente un po’ d’olio. Una volta cotto il sugo, passatelo col frullatore a immersione in modo da renderlo più cremoso.

Una volta cotta la pasta aggiungete un po’ d’acqua di cottura e saltare la pasta nel tegame insieme al sugo.

Fettunta all’alpina e patate ripiene: tempo di funghi!

tempo di funghi
tempo di funghi

Per lo scorso mercoledì-veg ho optato per una cena a base di funghi porcini. D’altronde quest’anno non dovrebbe essercene penuria e il costo mi pare abbordabile. Li cucino raramente perché in famiglia non ci sono cercatori e non amo comprare funghi coltivati magari provenienti da zone piuttosto lontane. Ma ho trovato dei funghi degni di questo nome al mercato e quindi mi sono prontamente messa ai fornelli. 

Pulire i funghi è una pratica che mi mette sempre un po’ in ansia; non dovendo usare l’acqua (o almeno in quantità molto ridotta) e usando solo lo spazzolino apposito per le verdure ho sempre paura o di pulirli troppo poco e ritrovarmi poi la terra in bocca o di procedere troppo bruscamente e sciuparli. Direi che per stavolta è andata bene e siccome le cappelle erano sane ho deciso di farle sulla griglia usando invece i gambi per delle patate ripiene. 

Fettunta all’alpina:

(ma cos’è la fettunta lo sapete? In Toscana si chiama così la bruschetta, fatta con pane toscano – quindi non salato, tipo la “bozza di Prato”, il pane del Mugello o di Altopascio – abbrustolita, strofinata d’aglio e condita con olio e.v.o e sale)

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Dopo averle pulite e separate dai gambi fare 2-3 incisioni sulle cappelle e infilarci una fettina di aglio e qualche fogliolina di nipitella (mentuccia). Adagiarle sulla griglia calda e cuocerle da ambo i lati finché non si saranno ammorbidite e, in senso figurato, un po’ affrittellate. 

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Contemporaneamente abbrustolite delle fette di pane toscano, conditele con olio e sale (e l’aglio per chi lo digerisce) e una volta cotte adagiateci sopra le cappelle di porcini su cui avrete passato un filo d’olio e un pizzico di sale. Se avete delle foglie di alloro infilatene una su ogni fungo a mo’ di piuma sul cappello degli alpini. 

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10 e lode

Con i gambi rimanenti potrete fare qualunque cosa, dai funghi trifolati al sugo per la pasta. Io ho sperimentato!

Patate ripiene:

patate ripiene di funghi porcini
patate ripiene di funghi porcini

Lessate in acqua salata e con la buccia due patate abbastanza grandi e dalla forma regolare facendo attenzione alla cottura che deve essere a puntino (meglio un po’ più crude che sfatte, in caso potrete tenerle un po’ di più in forno). Passatele sotto l’acqua corrente e aspettate che si siano freddate poi sbucciatele e tagliatele a metà per il lungo; asportate la parte centrale (che potrete riunire all’impasto in un secondo momento) con un cucchiaio facendo attenzione che non si rompano, ottenendo così 4 barchette. 

In una teglia fate rosolare nell’olio 1-2 spicchi d’aglio e buttateci i funghi affettati e abbondante prezzemolo tritato; salare, pepare e sfumare con un po’ di vino bianco. 

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Io poi ho proceduto con la versione veg aggiungendo panna di soia ma con il latte vaccino (e in ultimo un po’ di parmigiano grattugiato) andrà anche meglio. Una volta ultimata la cottura, cospargete le barchette con un pizzico di sale e un filo d’olio riempiendone poi la cavità con i funghi. Passate in forno caldo per circa 10-15 minuti.

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n.b. La qualità e il tipo di patata sono fondamentali per la buona riuscita di questa ricetta, le mie non erano molto adatte 😦

Patate Arrosto a Ferragosto!

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Sono indietro! Sono indietro! Sono indietro!

Ho un sacco di cose da raccontare e poco tempo per farlo. Dopo ferragosto mi rimetto in carreggiata.

Intanto vi auguro un felice e lungo weekend di mezz’agosto e vi lascio la mia ultima scoperta che potrà esservi utile in caso il maltempo vi faccia girare le pelotas e abbiate voglia di golosità al punto da usare il forno: patate arrosto time!!!

Le ho fatte qualche giorno fa e sono risultate le migliori che abbia mai fatto (ma non che io sia una esperta di patate al forno…).

Avevo delle patatine novelle biologiche che volevo cucinare con la buccia e guardando in rete ho letto un articolo che è risultato molto prezioso. Leggetelo, io mi sono arrestata al “segreto” n°1 aggiungendo poi il trito di erbe fin da subito perché avevo fretta…e sono venute buonissime, figuratevi se li seguite tutti!

Rosmarino/ramerino
Rosmarino/ramerino

p.s. Avevo delle fettine di pane secche (di una frusta da crostini), le ho bagnate con un po’ d’acqua e le ho messe a cuocere insieme alle patate avendo cura che toccassero il fondo con l’olio… 😛

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salvia

Un mercoledì-veg di metà luglio

 

Un mercoledì-veg di metà luglio
Un mercoledì-veg di metà luglio

 

Avete mai mangiato le foglie di carota?

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Io le ho provate per questo #mercoledìveg come contorno al muscolo di grano con le cipolle – oltre ad un pinzimonio di carotine mignon.

Mi era capitato negli ultimi giorni di sentire o leggere della commestibilità e bontà dei ciuffi verdi delle carote e stasera, ritrovandomi con delle carotine molto giovani, biologiche e appena colte ho pensato che fosse l’occasione giusta per cimentarmi. Spulciando qua e là ho scelto una ricetta che potesse fungere da contorno (molti le consigliano per un pesto o per la frittata):

le foglie di carota in padella

– ciuffi di foglie di un mazzo di carote

– capperi

– uno spicchio d’aglio

– olio

– vino bianco

– pomodorini semisecchi sott’olio

(volendo insieme ai capperi si può aggiungere qualche acciuga ma non per il mercoledì-veg!)

Lavare bene i ciuffi di carota, eliminando buona parte del gambo a meno che non sia particolarmente tenero, e sbollentarli per 3-4 minuti.

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Intanto saltare in padella con olio, uno spicchio d’aglio e qualche cappero tritato grossolanamente; dopo aver scolato piuttosto bene le erbe, sminuzzarle e buttarle nella padella a fuoco vivace per qualche minuto dopodiché versarci sopra due dita di vino bianco e lasciar evaporare sempre a fuoco sostenuto. Quando il vino sarà volato via aggiungere qualche pomodorino semisecco sott’olio (io uso i FiorFiore Coop che mi piacciono tantissimo!). Pepare e lasciar cuocere aggiungendo un po’ d’acqua se necessario.

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Mi sono risultate comunque poco tenere ma credo dipenda proprio dalla loro natura. Il sapore non era male e mi ha ricordato qualcosa che ancora però non sono riuscita ad individuare…

E il muscolo di grano lo conoscete? 

Straccetti di muscolo di grano
Straccetti di muscolo di grano

Si tratta, come concetto, di qualcosa di simile al seitan ma che sinceramente trovo più buono oltre a non essere interamente fatto di glutine – ma anche di legumi, in particolare lenticchie – cosa che mi rende, non so bene perché, poco simpatico il seitan appunto.

Io l’ho conosciuto tramite il mio (mitico) gruppo d’acquisto ma ora si trova anche alla Coop, della stessa azienda solo con un packaging più figo (bah, neanche tanto figo).

Non tutti i formati mi piacciono, si va dal filetto allo spezzatino alla bresaola, soprattutto per come vengono drogati ma anche perché alcuni rimangono poco morbidi; mi piacciono molto però gli straccetti, che rimangono morbidi, sono conditi in un modo che mi piace e in 5-10 minuti sono pronti. Buon giorno-veg, qualunque sia, anche tutti!

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Il DOGMA della mia prima volta

 


Il DOGMA della mia prima volta

Signore e signori vi racconto la mia prima volta!

Nessun contenuto “hot” però, solo ironia – per quanto, proprio l’ironia mi risulti estremamente sexi. Mi riferisco alla “mia prima volta” nel ruolo di foodblogger in prima linea, quella che va nei posti ganzi, li fotografa, si informa prima-durante-dopo l’incursione, assaggia i piatti forti, li recensisce scrivendo un ottimo post sul suo blog e, guadagnandosi una buona reputazione tra i suoi lettori, diventa pian piano un cosiddetto “influencer”. Come è stata la mia interpretazione? Scarsina, quasi dilettantistica; ne conseguirà un articolo sfigato che gioca al ribasso per risultare simpatico. Siete avvisati, prendetelo come un dogma.

Nei miei pensieri, questa prima volta mi avrebbe vista organizzata, figa, preparata. Invece ero in cerca delirante di una penna.

E per fortuna che il locale è accogliente, ben curato ma senza incutere soggezione; ci invitano a sederci dove preferiamo e chissà come, finisco proprio col volto rivolto verso la lavagna del menù del giorno.

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I dubbi amletici iniziano ad assalirmi:

  1. glielo dico che vorrei scrivere un post su di loro?

  2. sembrerò maleducata se mi beccano a fotografare?

  3. si, bisogna che chieda il permesso

  4. allora gli devo dire il motivo

  5. ma se glielo dico prima di mangiare sembra che voglia una cura particolare

  6. ma se glielo dico dopo, sembra fatto a tradimento

  7. scommetto che Edoardo Raspelli non ha mai avuto di questi dubbi.

Insomma, alla fine ho blaterato qualcosa su un fantomatico blog e un’amica in comune e ho ordinato un’insalata mista.

E qui possono partire cori e fischi:

Lettore: Invece di assaggiare i mezzi paccheri alla crema di piselli, il taboulé di cous cous o il seitan alla siracusana hai preso un’insalata mista?

Io: Si, ma giuro che ho osservato attentamente i piatti dei miei vicini di tavolo.

E a mia discolpa posso addurre un elemento probante: la scheda per comporre la “mia” insalata. Potevo forse rinunciare ad un lapis e ad un foglio tutto colorato su cui scrivere? Potevo rinunciare a quello che aveva tutta l’aria di un giochino? no. E quindi vada per l’insalata, che è risultata buona e tanta.

 

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la foto non rende giustizia alle dimensioni (e in fatto di cibo non la penso come nel sesso: le dimensioni sono importanti!)

 

 

Ruminando la verdura, e rimpinzandomi di pane oltre ogni mia intenzione, penso che quello che mi interessa di più è il progetto che sta alla base di questo tavolino, di quel menù e delle materie prime che compongono i piatti e che ve la devo raccontare:

il proprietario del DOGMA è Salvo, un ragazzo siciliano che ha cambiato la sua vita professionale cogliendo un’occasione che gli si è presentata qui a Firenze (si, siamo a Firenze). Con lui si è imbarcata Olachi, la ragazza che lo affianca in sala e lo chef, Antonio, che dalla Sicilia lo ha raggiunto per essere l’anima intransigente della cucina (“neanche per un caso i piselli surgelati possiamo comprare” mi dice Salvo parlando di Antonio). Si, perché al DOGMA partono solo dalle materie prime, non c’è niente di già pronto; i prodotti sono al 99% BIO anche se ancora non possono scriverlo per questioni di carattere burocratico e anche i mobili se li sono fatti in gran parte da soli assemblando materiali di scarto ma con una cura e una riuscita assolutamente credibili.

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I piatti, principalmente vegani (e io ci sono venuta apposta per il mio mercoledì-veg), sono cucinati sulla base di ricette siciliane le cui materie prime essenziali, quelle senza le quali i piatti non avrebbero un sapore tradizionale, arrivano direttamente dall’isola patria anche a costo di notevoli complicazioni. E io gliene sono grata, perché il cannolo siciliano che ho mangiato dopo l’insalata, riempito al momento, era da 10 e lode.

BIEP! BIEP! BIEP! ALLARME ROSSO BIEP! BIEP! BIEP!

IL-CANNOLO-NON-ERA-VEGANO IL-CANNOLO-NON-ERA-VEGANO

BIEP! BIEP! BIEP!

Si ok ho sgarrato, mea culpa, ma voi che avreste fatto?!

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Apprezzate almeno la sincerità e credetemi se vi dico che un pranzo qui vale la pena (per adesso non coprono servizio cena ma stanno organizzandosi per iniziare a settembre) magari di lunedì, perché potreste trovare un buffet a prezzo fisso con la formula “all you can eat” e Salvo che vi parla dell’oliva “iblea” e del suo olio. Io ci torno sicuramente.

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Se volete altre informazioni potete andare sulla pagina fb o scrivere a dogmacafe@libero.it

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La “ceciata” – mi cucinano così ma non chiamatemi frittata!

mi cucinano così ma non chiamatemi frittata

CECIATA è il nome che mi sono inventata per quel piatto che solitamente viene chiamato “frittata finta” o “frittata vegana” perché ha l’aspetto di una frittata ma è fatta con la farina di ceci – e di uova neanche l’ombra. In questa assenza non c’è proprio niente di male; quello che proprio non sopporto è la mania veg di imitare, nell’aspetto e nel nome, piatti comunemente consumati da noi “onnivori” a base però di ingredienti vegetali. Il seitan, il muscolo di grano e tutti quegli alimenti vegetali ricchi di proteine che comunemente si usano nella cucina vegetariana e vegana (e che io non disdegno affatto nella mia di cucina) vengono solitamente venduti, cucinati, chiamati e pubblicizzati in modo da ricordare piatti più comuni, salvo poi rivelarsi in tutta la loro diversa sostanza nel momento stesso in cui toccano la prima papilla gustativa. Sembra quasi una sorta di “vorrei ma non posso” e invece non c’è niente di più falso perché solitamente chi ha scelto di seguire una dieta priva di alimenti di origine animale è assolutamente motivato e convinto della propria scelta e, a ragione, anche felice di poter assaporare piatti che spesso non hanno niente da invidiare a quelli con ingredienti di origine animale. Ma allora perché, mi domando, la bresaola di muscolo di grano? Che nell’aspetto somiglia tanto a quello di uno dei miei affettati preferiti e al sapore ovviamente è tutta un’altra cosa? Tra l’altro, questa discrepanza tra l’aspetto e il sapore, secondo me va a scapito di questi alimenti e rafforza, nei mangiatori di tradizione, l’idea che i prodotti veg non siano buoni. Il nostro cervello è una gran macchina, ma ingannarlo non sempre è proficuo: se faccio assaggiare al mio babbo settantenne una cosa che somiglia alla bresaola ma che poi ha un sapore completamente diverso, è sicuro che lui – in barba a tutte le mie spiegazioni – penserà che quell’alimento non è buono. Ecco, trovo semplicemente che per dare piena dignità a questi cibi gli si debba riconoscere una loro unicità, una – passatemi l’espressione -differenza di genere.

Ma veniamo alla Ceciata che, vi assicuro, alla frittata non ci somiglia minimamente (somiglia molto più alla cecina naturalmente) ma è altrettanto buona:

150gr di farina di ceci*

un bicchiere e mezzo di acqua

un pizzico di sale*

olio e.v.o*

pepe nero

verdure a piacere*

In una ciotola unire alla farina di ceci l’acqua, un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale e mischiare bene facendo attenzione a non lasciare grumi. In una padella saltare delle verdure a piacere e, una volta cotte, unire la pastella (che risulterà non troppo soda) e far cuocere bene da entrambi i lati (più a lungo di quanto non si faccia con le uova). Prima di servire macinare sopra un po’ di pepe. Ottima anche come antipasto o per un aperitivo tagliata a piccoli rombi; è buona sia calda che appena tiepida.

*ingredienti biologici