Scoop! Oliva salva Mozzarella a costo della sua vita. Cronaca di un sacrificio culinario.


Quando non posso fare a meno di rivolgermi alla grande distribuzione, la Cooperativa di Legnaia e le botteghe del Palagiaccio disseminate per Firenze e provincia costituiscono una valida alternativa alle bancarelle del mercato di fiducia o al fornitore del gruppo d’acquisto solidale.

E l’altro giorno, che sono andata a fare la spesa proprio alla Cooperativa e ci ho trovato un apposito banchino con i prodotti del Palagiaccio, la vita da massaia mi ha sorriso. [D’altronde la felicità sta nelle piccole cose. (…Già, chissà allora in quelle grandi)].

E qui entra in gioco l’oliva. Perché quando la signora che mi ha servito le tre mozzarelle che avevo chiesto mettendo un’oliva nella vaschetta, ha visto la mia espressione incuriosita, mi ha spiegato come conservarle correttamente  e a cosa serve l’oliva appunto:

una volta a casa togliere subito la mozzarella dalla vaschetta preferendole un contenitore di vetro o ceramica

 riempirlo d’acqua e inserirci l’oliva

adagiarci la mozzarella e versarci il siero che ha rilasciato durante il ritorno a casa.

L’oliva servirà in caso non si voglia mangiarla tutta subito – io per esempio avevo comprato tre fior di latte sapendo che per cena ne avrei usate solo due – e assorbendo l’acidità del siero salverà la mozzarella; lei dopo tre giorni sarà marrone e da buttare mentre noi potremo ancora consumare il nostro buon boccone di latte.


E fu così che una bella di Cerignola si immolò per l’altrui godimento (cosa che succede anche alle belle di altri paesi).

È germogliato un amore

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Avete presente i germogli di soia?

(…)

Quelli del supermercato che sanno tremendamente di erba? (…)

Quelli che avete conosciuto e acquistato in seguito al boom di ristoranti cinesi degli anni ottanta? E che dopo un paio di giorni dall’acquisto lasciano nella vaschetta di plastica quell’acquetta giallognolonerastra (ebbene si, sono l’incubo della Pantone) così inquietante e dall’odore pungente? Ecco, quelli io non li ho mai potuti sopportare. – E forse si intuiva…

(un po’ di tempo dopo…)

Ma veniamo al punto

Signore e signori oggi vi parlo del mio nuovo amore per i germogli.

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Un amore che è ancora un germoglio, un flirt diciamo, ma che con le dovute condizioni astrali si potrebbe trasformare in una passione bruciante…e sì che per lo più i germogli si mangiano crudi!

Una piccola scintilla scattò una sera a cena a casa di Flora (che se mai dirigerò un film, avrà questo titolo). E insomma, arrivarono in tavola bel belli e distesi su un vassoio, avviluppati e vaporosi, brillanti, dei germogli di ravanello e di porro. E fu davvero una bella scoperta. Una sorpresa di delicatezza ma contemporaneamente di sapidità e freschezza.

Nonostante questo, la cosa morì lì. Ma si sa che a volte, perché ci si incontri in amore, il tempismo è tutto; e forse quello non era il nostro momento.

Ma insomma nel frattempo le cose cambiano, gli orizzonti si ampliano e le esperienze culinarie anche, la salute, il benessere, la gola, la voglia di sperimentare etc… etc…

e oggi mi ritrovo con un germogliatore in casa. Per quanto lo userò? Quanto durerà la nostra storia? Non lo so, ma se son rose fioriranno.

E se son semi germoglieranno!

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Pare che i germogli abbiano tantissime proprietà benefiche contenendo grandi quantità di vitamine, minerali e fibre. E devo dire che sono anche molto buoni(non tutti però!). Benché la mia esperienza sia estremamente breve (al momento ho scoperto che i germogli di ravanello mi piacciono e si ottengono con facilità, che i germogli di cicoria per il mio gusto sono troppo amari (e si che a me la cicoria piace tanto!) e sto facendo il tifo per i germogli di porro che mi sembrano così piccoli e delicati – inerti – da farmi temere per il fallimento.

A proposito di fallimenti, io il germogliatore me lo sono fatto in casa assemblando vari cestelli per la bollitura e la cottura al vapore delle verdure e pare che funzioni; però il mio primo tentativo l’avevo fatto con il sistema delle vaschette di plastica, e i germogli si erano ammuffiti tutti. Stavo quindi per cedere alla tentazione di ordinarne uno su internet quando mi è venuta l’idea dei cestelli evitandomi di comprare qualcosa che poi avrei dovuto collocare riavviando il tetris di tutte quelle volte che devo inserire un nuovo attrezzo da cucina o stoviglia nel mio cucinotto.

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Mi sto documentando e un valido aiuto per destreggiarsi è venuto dal bellissimo libro di Rita Galchus “germogli in casa” (logosedizioni) in cui si mostrano diversi sistemi di germinazione, le varie proprietà e i diversi tipi di semi e di loro utilizzo, i temi di ammollo, la resa secondo il quantitativo di semi da germinare e così via.

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A grandi linee comunque funziona così:

in un contenitore dal fondo forato che permetta la scolatura di acqua e che abbia un vassoio che la possa raccogliere (o in un barattolo col tappo a rete) si mettono dei semi (bio!) precedentemente ammollati 

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sul fondo dei cestelli ho messo della garza perché i semi della cicoria erano molto piccoli e passavano dai buchi di filtraggio

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e tenendoli coperti si passano sotto l’acqua due volte al giorno fino a quando il germoglio spunterà e crescerà arrivando alla grandezza desiderata (2-4 cm).

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A questo punto si lasciano alla luce per qualche ora (circa 4) affinché avvenga il processo di fotosintesi e diventino verdi per la clorofilla.

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Poi si prende quest’esplosione di vita e la si mangia: in insalata, insieme alla quinoa, nelle zuppe, in un pesto, in un panino imbottito… nello yogurt, a manciate… saltati in padella…

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in insalata, conditi con olio e gomasio

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con la “finta parmigiana” per abbatterne l’acidità

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Insieme al pesto di rucola e mandorle tra due fette di pane ai semi oleosi dell’azienda Gli amici del Cerro

I POP NOTES de La massaia contemporanea

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Finito il lavoro nelle scuole, che mi ha portata a giro per la Toscana in moltissime scuole primarie a lavorare con i bambini sull’educazione al consumo (per la coop. Mèta), mi sono ritrovata con un po’ di fogli e fotocopie inutilizzati che, uniti a quelli che avevo già a casa e che solitamente taglio per farne foglietti volanti su cui appuntarmi idee e dati che altrimenti rimarrebbero altrettanto volanti, hanno costituito una notevole risma.

Questa volta, invece di lasciarli così ho deciso di farci dei piccoli quaderni per appunti; il tipo di appunti che si prendono al telefono corredandoli con disegnini e ghirigori mentre si ascolta il nostro interlocutore (chissà se guardando i ghirigori si può capire se l’interlocutore era simpatico o antipatico…). E così sono nati i POP NOTES. Ennesimo tentativo di mettere in ordine la scrivania che non ho. E ho detto tutto.

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Se volete cimentarvi in imprese di riciclo simili, ecco cosa ho usato io:

  • fogli di carta A4 di riciclo

con almeno una faccia bianca, libera; andranno benissimo anche tutti quei fogli che ci arrivano per posta a corredo di bollette, estratti conto ecc… e che non contengono dati sensibili; ma anche vecchie fotocopie o volantini.

  • spillatrice

  • nastri adesivi colorati, nastro adesivo di carta, colla stick

  • e tutto ciò che possono suggerire fantasia ed estro

    ritagli di giornali e riviste, timbri assortiti, adesivi, pennarelli e matite ecc…

    Dopo aver tagliato la carta del formato che preferite (io la metà del foglio A4), riuniteli in piccole risme da 12-15 fogli (o quanti vi permetterà di pinzarne la vostra spillatrice) e poi decoratene la “copertina” e il retro come più vi piace.

Ecco alcuni di quelli che ho realizzato:

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Il gelo dell’estate scalda l’inverno

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Gelo siciliano. Quasi un ossimoro. Eppur vero.

L’estate scorsa ho sentito più e più volte nominare il gelo di mellone. Dopo essermi crogiolata un bel po’ nel dubbio ho scoperto trattarsi di un dolce tipico siciliano a base di cocomero (il “mellone” appunto). Poi ho scoperto che si tratta di una specie di budino, che è facile da preparare e che si può fare ad un’infinità di gusti senza restare quindi confinato al periodo estivo per mancanza di materie prime.

Ho approfittato di una delle cene del mio Gruppo d’Acquisto Solidale che aveva come tema la Sicilia e come sottofondo musicale la “Cavalleria Rusticana” per cimentarmi col gelo…di caffè. Poi, tanto mi/ci è piaciuto che ho provato altri gusti e devo dire che, per adesso, quello meglio riuscito è al limone – che alla prossima cena a base di pesce sicuramente salterà fuori rimpiazzando gelato o sorbetto.

Ecco dosi e modo di preparazione:

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800 ml di acqua

250 gr di zucchero

200 ml di succo di limone

90 gr di amido (maizena).

La maggior parte delle ricette prevede di tenere in ammollo negli 800ml di acqua la buccia grattugiata del limone per una notte ma io questo passaggio l’ho saltato per mancanza di tempo e credo che il risultato non ne abbia risentito particolarmente.

Mettere in una pentola l’acqua, lo zucchero, il succo di limone filtrato e l’amido setacciato. Accendere il fuoco a fiamma moderata e girando costantemente arrivare al bollore. Far bollire per qualche secondo in modo che si addensi e poi spegnere il fuoco continuando ancora a mescolare un po’. Intanto avrete preparato uno stampo da budino (o stampini più piccoli a porzione) bagnando l’interno con acqua o liquore (io ho usato il rum). Versare il composto nello stampo, lasciarlo intiepidire e poi metterlo in frigorifero per almeno 3 ore (ma se ci starà di più sarete più sicuri della riuscita).

Al momento di servire rovesciare lo stampo sul piatto da portata e guarnire con scorze di limone o scaglie di mandorla ma anche farina di cocco o cacao, secondo i vostri gusti.

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Per quanto riguarda invece il gelo di caffè, ecco qui le dosi:

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500 ml di caffè

80 gr di zucchero

45 gr di amido

20 gr di cacao in polvere

1 cucchiaino di cannella in polvere

Buon gelo a tutti! Ma che abbia il calore e la morbidezza dell’estate.

Straccetti di pollo all’arancia

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Ho parlato solo pochi giorni fa di Ghi e di Arancia annunciando che era iniziata la sperimentazione culinaria con il burro chiarificato.

Ed ecco gli straccetti di pollo all’arancia…

1 petto di pollo*

1 cucchiaino di curcuma

1-2 cucchiaini di ghi (burro chiarificato)*

1 arancia (succo e scorza grattugiata)*

½ cipolla rossa (o 1 scalogno)*

farina q.b.*

sale aromatico all’arancia q.b.**

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Affettare sottilmente la cipolla e intanto far sciogliere in una padella il ghi. Aggiungere la cipolla e lasciar appassire. Tagliare a striscioline il petto di pollo e dopo averlo infarinato farlo soffriggere, avendo cura di scottare tutti i lati affinché la carne non perda i succhi; solo a questo punto insaporire con il sale aromatico all’arancia e un po’ di pepe. Aggiungere la curcuma e il succo dell’arancia. Lasciar ritirare a fuoco vivo e prima di servire grattarci sopra un po’ di scorza d’arancio.

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*ingredienti biologici

** il sale aromatico all’arancia è stato uno dei regali handmade che ho fatto lo scorso Natale agli amici,

insieme a quello lavanda-rosmarino-arancia,

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allo zucchero all’arancia (fantastico nel caffè d’orzo), quello al cacao,

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 e alle mele essiccate con cannella e zucchero vanigliato.

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Tutto grazie al mio essiccatore!

Naturalmente anche i barattolini sono opera mia.  🙂

Barrette di cereali

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Non farò preamboli a questa ricetta. Chi è amante del genere la provi; sono buone, personalizzabili, veloci e si conservano bene, quindi non ci sono scuse.*

Ingredienti per circa 10 barrette:

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150 gr di cereali (io 110gr di fiocchi d’avena e 40 di fiocchi di mais)

50gr di burro o di ghi

3 cucchiai di miele (anche 4)

2 cucchiai di zucchero di canna grezzo

20gr di farina di cocco disidratato

20gr di semi di zucca

10gr di semi di sesamo

20gr di mandorle o nocciole o noci

qualche fetta di mela essiccata (ma potrete mettere uvetta, frutti di bosco o qualunque frutto essiccato vi piaccia)

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Scaldare il forno a 180°.

Far sciogliere il burro, il miele e lo zucchero in un pentolino. Dopo aver tritato grossolanamente i semi di zucca, i fiocchi di mais e le mandorle, in una zuppiera unirli a tutti gli altri ingredienti secchi e mischiarli bene.

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Versarci sopra i liquidi tiepidi e mischiare bene in modo che tutti gli ingredienti si amalgamino senza che rimangano parti asciutte. Versare il tutto in una teglia foderata di carta forno e appiattire con una spatola in modo da formare un rettangolo spesso circa 1 cm.

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Infornare per 10 minuti. Togliere dal forno e con la spatola ricompattare il rettangolo se col calore avesse perso un po’ la forma. Aspettare che si freddi e poi tagliare formando le barrette della grandezza che più si preferisce.

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Potrete conservarle avvolte in carta forno e chiuse in una semplice scatola di latta, per una settimana.

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*Sinceramente non so se siano economiche ma io gli ingredienti li avevo già tutti…ed ho anche risolto il problema di come consumare i fiocchi d’avena che avevo comprato per fare il porridge, prima di scoprire che non mi piace.

Setsubun. Lanciando fagioli al capofamiglia

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Otafuku

 

Oggi era il 3 febbraio (il fatto che manchino pochi minuti alle 24,00 mi fa sentire autorizzata ad usare una certa confusione grammaticale) e in Giappone si festeggiava il Setsubun, l’inizio di primavera secondo il calendario lunare, l’equivalente simbolico del nostro 31 gennaio caratterizzato da riti di purificazione per esorcizzare l’anno appena trascorso e propiziare quello imminente.

La mia conoscenza di questa ricorrenza risale esattamente a 48 ore fa, quando su facebook ho visto un evento organizzato da LAILAC associazione di cultura giapponese a Firenze che ha il grande merito, tra gli altri, di organizzare il bel Festival Giapponese ormai arrivato alla sua XV edizione: la Lailac, su prenotazione, ha preparato un set per due persone comprensivo di sushi misti e di tutto l’occorrente e le spiegazioni necessarie per festeggiare a casa propria il Setsubun. 

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Ma come si celebra questa festa?

Lanciando fagioli di soia! Che come tutti i legumi hanno il potere di assorbire le energie negative e rilasciare quelle positive.

Si dice che in questa data ci sia un buon cambio di energia e che si debba quindi approfittarne: per riuscirci (spiegano alla Lailac) serve l’Ehou-maki ovvero il “Grande maki-sushi della fortuna” che la sera del 3 febbraio appunto va mangiato per intero rivolgendosi – nel caso di quest’anno – verso Ovest-SudOvest (direzione da cui si sa arrivare la fortuna) in silenzio e ad occhi chiusi – per non spaventarla, la fortuna. La festa prevede il rito del Mame maki durante il quale il capofamiglia, dopo aver indossato una maschera demoniaca, viene colpito da una raffica di fagioli al grido di “Oniwa soto! Fukuwa uchi!” – Fuori i demoni! Dentro la fortuna! (questo si può omettere se non ci sono bambini in casa o mattacchioni in vena di scherzi)

Il set preparato dalla Lailac per questa sera era così composto:

  • 9 nigiri sushi (salmone, calamaro, gambero)

  • 12 hosomaki di verdure (cetriolo, tekuan)

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  • 1 ehou maki con le 7 fortune (rotolo grande di sushi con 7 ingredienti associati alla fortuna tra cui la zucca, lo zenzero rosso e i funghi)

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  • 2 bustine per fare la zuppa di miso

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  • bacchette

  • salsa di soia e zenzero

  • istruzioni per il festeggiamento

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  • maschera “Setsubun”

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    Oni

  • Fagioli di soia per il rituale

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il tutto da ritirare tra le 18,00 e le 20,00 presso la sede dell’associazione. 

Una volta lì, naturalmente, ho preso anche il sake.

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Sperando di aver fatto tutto correttamente abbiamo scacciato i demoni lanciando fagioli di soia tostati fuori da casa al grido di “oniwa soto!” e dopo aver chiuso la porta abbiamo attirato la fortuna lanciando in casa un’altra manciata di fagioli augurando “fukuwa uchi!”. I fagioli a terra sono stati poi raccolti e rigorosamente mangiati durante la cena*. L’impresa più ardua è stata mangiare l’ehou maki con le 7 fortune; decisamente tanto oltre che buono! E speriamo che anche per la fortuna di quest’anno valga la stessa cosa!

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*la consueta correttezza giapponese, oltre ai fagioli di soia per il rito del Mame maki, aveva previsto anche delle arachidi in sostituzione, visto che nelle nostre case si entra con le scarpe e si poteva non aver piacere di mangiare qualcosa raccolto da terra.

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!

Il burro ghiarificato! Pardon…chiarificato.

Il ghi (dalla lingua hindī ghī o come anglicismo ghee) è il burro chiarificato usato nella cucina indiana e ayurvedica ma più in generale nei paesi asiatici. Si tratta di un burro privato dell’acqua, della componente proteica e del lattosio; un grasso “puro”, privo di colesterolo e facilmente digeribile. Secondo l’Ayurveda il ghi è un dono prezioso capace di nutrire senza appesantire, ma soprattutto di dare equilibrio ai tre Dosha – o energie vitali: Vata, Pitta, Kapha – che determinano tramite il loro stato di equilibrio o squilibrio lo stato di salute dell’individuo. Lo si può comprare o fare in casa e io, ovviamente, ho scelto la seconda strada. Non vi spiegherò passo per passo come si fa perché la rete è piena di spiegazioni più che esaustive ma, a grandi linee, si tratta di scaldare a fiamma bassa il burro eliminando, via via che affiorano in superficie, le parti solide. È un’operazione lenta che richiede tempo e pazienza il cui esito ripaga ampiamente.

Preparazione del ghi

Preparazione del ghi

In cucina si può utilizzare al posto di tutti gli altri grassi e per qualsiasi uso, a patto che il suo sapore – indescrivibile – vi piaccia. Il fatto che il suo “punto di fumo” sia molto alto lo rende perfetto nelle fritture, migliore di qualunque olio. Si conserva fuori dal frigo e, non irrancidendo, si conserva molto a lungo. Molto, molto a lungo, fino a 100 anni!

Io l’ho preparato la prima volta qualche mese fa dopo che un medico ayurvedico me lo aveva “prescritto” in un ciclo di cure; ma oggi l’ho rifatto per usarlo unicamente in cucina. Iniziano gli esperimenti!

La cosa che più mi interessava era poter usare il ghi nella preparazione di frolla o brisée, che io raramente faccio proprio per la presenza massiccia di burro preferendo ad esempio (per le ricette salate) la pasta al vino (che, ormai si sa, mi ha rubato il cuore).

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Partendo dalla folgorante ricetta di Forchettina giramondo, ho provato la Tarte Tatin di arance preparando la pasta frolla con il ghi al posto del burro, farina di grano tenero semintegrale e usando zucchero di canna grezzo mascovado, che con la presenza di melassa non sempre rende bene nel sostituire gli zuccheri più raffinati nelle ricette. Volendo provare qualche accostamento aromatico con l’arancia, ho cosparso le fette con del rosmarino tritato creando un incontro che è diventato amore.

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Ebbene, son soddisfatta – anche se la torta l’ho cotta un po’ troppo!

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La mia tartetatin di arance si è scottata!

200gr Farina semintegrale*

100gr Ghi*

70gr zucchero di canna grezzo* (+ 4 cucchiai)

1 uovo intero*

1 pizzico di sale

2-3 arance*

rosmarino q.b

Mischiare l’uovo con lo zucchero, unire poco alla volta la farina e infine il ghi. Impastare velocemente formando una palla che farete riposare in frigo per almeno 30 minuti.

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

Intanto scaldare il forno a 180° e cospargere il fondo di una tortiera bassa con i 4 cucchiai di zucchero. Adagiarci le fette di arancia (senza buccia) cercando di non lasciare troppi spazi vuoti e cospargerle col rosmarino tritato;

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stendere la pasta in un disco e adagiarlo sopra le arance facendo in modo che aderisca bene alla frutta e rincalzandolo se necessario ai bordi in modo che le fette restino all’interno del disco. Infornare per 30-40 minuti secondo la personalità del vostro forno, il mio si sa, è pazzo e probabilmente 25 sarebbero bastati… sarebbero…

Una volta cotta rovesciatela subito in un piatto togliendo con cura la carta forno. Servire a temperatura ambiente.

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E con un po’ di pasta frolla avanzata ho provato a fare i biscotti…

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…perfetti!

*ingredienti biologici

Spicciola cronaca di una sera qualunque ma non così qualunque perché è la sera di un giorno parecchio pesante.

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Mi son messa a pulire dopo cena.

Era tanto.

Ho iniziato intenzionata a scrivere, non so cosa ma qualcosa. Mi son detta non ce la faccio, e son rimasta sul divano. Son partita a preparare alcune cose per lavoro intenzionata ad infilarmi poi nel letto e son finita a pulire il bagno passando per la cucina.

Ora in sottofondo musica di tango e il ronzio dell’essiccatore.

poche ore prima….

I parenti della massaia contemporanea

CASALINGO VINTAGE che prepari stasera?

MASSAIA CONTEMPORANEA Eehhh stasera muscolo di grano…

CASALINGO VINTAGE Ah

MASSAIA CONTEMPORANEA è mercoled…

CASALINGO VINTAGE mercoledì vegano, ti becchi il muscolo di grano!

MASSAIA CONTEMPORANEA 😀

Torcetti al sesamo

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Vi capita mai di aver fame ma contemporaneamente non aver voglia di niente? A me succede in questi periodi di festa in cui si fa un gran parlare di cibo e in cui si fa anche un gran mangiare di cibo. Il 1° dell’anno l’ho passato così, apaticamente sul divano, a chiedermi ogni cinque minuti cosa poter mangiare senza aver voglia di cucinare e senza riuscire a individuare un sapore, un gusto, che valesse la pena di mettermi ai fornelli. L’unica idea fissa erano i taglierini all’astice. Difficili da realizzare senza astice e senza taglierini.

Ho dovuto aspettare il 2 gennaio per andare al supermercato e procurarmi gamberi e spaghetti. Gamberi e spaghetti? Si, perché evidentemente il supermercato era stato svaligiato da un’orda barbarica nei giorni precedenti e l’astice non c’era neanche surgelato. I taglierini c’erano ma senza astice non sarebbero stati la medesima cosa (oh, quando una è fissata, è fissata!). Ed ecco allora che ho ripiegato su spaghetti (rigorosamente di “Libera”) e gamberi.

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Ma prima di papparci una cofana di pasta ho preparato una cosa sfiziosetta, ché a me le cose sfioziosette piacciono più dei piatti forti, accompagnando un’insalata di finocchi e arance con dei torcetti al sesamo. Li ho fatti con la mia adorata pasta al vino, quella che uso sempre per torte salate e strudel di verdure; per circa 30 torcetti vi seviranno:

300 gr di farina* (io semintegrale di grani teneri antichi)

100 gr di vino bianco secco

80 gr di olio e.v.o*

un pizzico abbondante di sale

semi di sesamo q.b

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Unite farina, vino, olio e sale e impastate bene fino ad ottenere un impasto sodo e liscio. Via via staccate dei pezzetti di pasta e, come facevate con il pongo da piccoli, formate dei bacherozzi non troppo sottili, torceteli un po’ per dargli un leggero movimento a spirale e passateli nei semi di sesamo.

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Disponeteli sulla placca del forno foderata di carta forno e passateci sopra un filo d’olio. Infornate per 15-20 minuti a 180° in modalità ventilata.

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Saranno ottimi con l’insalata ma anche con qualche salsa o tapenade per l’aperitivo; avvolti da fette di prosciutto o altro affettato a vostro gusto come antipasto o spuntino.

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E che sia un nuovo anno sfizioso per tutti!

*ingredienti biologici