Circumnavigando la tiella (TIELLE SETOISE)

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Conoscete il cantautore francese Georges Brassens? Considerato un grande maestro della canzone d’autore è stato poeta, attore e scrittore di Sète – nel sud della Francia – morto all’età di 60 anni, nel 1981. Se non direttamente forse lo conoscete tramite Fabrizio De André che ne tradusse una canzone in “il gorilla” (le gorille).

A Sète c’è un bel museo dedicato all’autore di alcune delle più belle, ironiche e dissacranti canzoni che abbia ascoltato e sicuramente andarci vale la pena. Non solo per la chanson francaise perché la cittadina portuale, patria anche di Paul Valérie, si trova in una zona bellissima della Francia, l’Hérault nella Languedoc-Roussillon, in mezzo allo stagno di Thau famoso per l’allevamento dei frutti di mare, accanto a Frontignan patria del vino Muscat, sulla strada per le saline della Camargue. Fate una visita al MIAM (il museo internazionale dell’arte “modesta”) e poi recatevi in rue Gambetta, dove potrete trovare la fromagérie “Lou Pastrou” (“il pastore”, in lingua occitana) dalla quale sono stata portata via a forza dopo aver abbracciato e baciato la grande boîte del burro. Se ci andate in agosto, durante la festa di Saint Louis potrete assistere alla giostra che si tiene sui canali, che mostra due avversari posizionati sulla prora di altrettante imbarcazioni e armati di lancia e scudo in legno che si assaltano per far cadere in acqua l’avversario. Potrete stare seduti sulle gradinate posizionate all’uopo lungo il canale e assistere alla gara mangiando una tiella.

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La “Tielle sétoise”, la tiella di Sète, è una torta salata a base di polpo o piccole seppie in umido che i marinai si portavano in barca quando uscivano a pesca. Sembra che la ricetta sia nata grazie all’idea di un italiano (me lo ha detto un francese…di larghe vedute) che negli anni ’30 del secolo scorso (…silenzio…ho quasi 40 anni…) la pensò per poter sfruttare quei polpi che, in qualche modo sciupati nell’aspetto, non potevano essere venduti.

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Quando l’ho assaggiata la prima volta non credevo al mio palato e sinceramente non so più quante ne ho mangiate. Mi sono portata a casa una cartolina che riportava la ricetta. Naturalmente sommaria, ho poi scoperto. E sono seguiti vari tentativi culinari dai risultati altalenanti. Quello che non mi soddisfa mai è la pasta, sempre troppo lontana dal mio ricordo; forse idealizzato, come succede per gli amori fugaci. L’ultima versione però è risultata davvero buona; tanto da perdonare alla pasta il suo non essere il mio primo amore e riconoscerla per quello che è, come si fa con un amore vero.

Les amoureux des bancs publics

La tiella può essere preparata sia con la pasta di pane che con la pasta al vino. Io che con le paste a lievitazione sono una frana, ho optato per la seconda versione; interessante anche perché diversa rispetto alla pasta al vino che preparo spesso e più simile alla pasta brisée.

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Per la pasta:

Farina 250 gr

Olio e.v.o 4 cucchiai

Vino bianco secco 50ml

1 uovo

un pizzico di sale

(queste sono le dosi che ho usato l’ultima volta ma secondo me possono essere aumentate un po’ – 300 gr di farina? – per rendere più spesso lo strato di pasta e dare una consistenza più sostanziosa al morso)

Per il ripieno:

Polpo 500-700gr (o delle seppioline o un misto dei due)

Pomodori pelati, 1 barattolo

1 cipolla dorata

1 spicchio d’aglio

Zafferano, qualche pistillo di

Peperoncino (facoltativo)

Concentrato di pomodoro

Sale q.b.

Olio e.v.o qb

Per cuocere il polpo mettetelo in una grossa pentola piena d’acqua con un po’ di aceto e qualche tappo di sughero. Accendete il fuoco e fate cuocere 30 minuti da quando l’acqua stacca il bollore. Lasciare intiepidire nell’acqua di cottura quindi tagliarlo a pezzetti abbastanza piccoli.

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Tritate aglio, cipolla ( e un po’ di peperoncino se vi piace) e fateli rosolare in padella; aggiungete il pomodoro, e salate. Fate insaporire per qualche minuto quindi aggiungete 1 cucchiaino di concentrato di pomodoro, qualche pistillo di zafferano e infine il polpo. Fate cuocere il tutto a fuoco moderato per 20-25 minuti. Una volta terminata la cottura del polpo fatelo raffreddare bene. Intanto preparate la pasta sbattendo in una ciotola l’uovo con l’olio, il vino e un pizzico di sale; aggiungete la farina e lavorate la pasta fino a renderla omogenea; dividetela in due porzioni, una delle quali un po’ più grande (1/3 e 2/3). Prendete quest’ultima e stendetela a disco su un foglio di carta forno che poi adagierete in uno stampo a cerniera o in una pirofila tonda dal bordo abbastanza alto. Versateci il polpo in umido e copritelo con l’altro disco di pasta che intanto avrete steso, facendo attenzione a sigillare bene i bordi. Spennellate la superficie con un po’ di latte e mettete in forno caldo a 180° per 25-30 minuti.

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L’ho servita accompagnata da un’insalatina di sedano, olive taggiasche e capperi tritati.

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Et voici mon naviguer entre les souvenirs…

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Fettunta all’alpina e patate ripiene: tempo di funghi!

tempo di funghi
tempo di funghi

Per lo scorso mercoledì-veg ho optato per una cena a base di funghi porcini. D’altronde quest’anno non dovrebbe essercene penuria e il costo mi pare abbordabile. Li cucino raramente perché in famiglia non ci sono cercatori e non amo comprare funghi coltivati magari provenienti da zone piuttosto lontane. Ma ho trovato dei funghi degni di questo nome al mercato e quindi mi sono prontamente messa ai fornelli. 

Pulire i funghi è una pratica che mi mette sempre un po’ in ansia; non dovendo usare l’acqua (o almeno in quantità molto ridotta) e usando solo lo spazzolino apposito per le verdure ho sempre paura o di pulirli troppo poco e ritrovarmi poi la terra in bocca o di procedere troppo bruscamente e sciuparli. Direi che per stavolta è andata bene e siccome le cappelle erano sane ho deciso di farle sulla griglia usando invece i gambi per delle patate ripiene. 

Fettunta all’alpina:

(ma cos’è la fettunta lo sapete? In Toscana si chiama così la bruschetta, fatta con pane toscano – quindi non salato, tipo la “bozza di Prato”, il pane del Mugello o di Altopascio – abbrustolita, strofinata d’aglio e condita con olio e.v.o e sale)

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Dopo averle pulite e separate dai gambi fare 2-3 incisioni sulle cappelle e infilarci una fettina di aglio e qualche fogliolina di nipitella (mentuccia). Adagiarle sulla griglia calda e cuocerle da ambo i lati finché non si saranno ammorbidite e, in senso figurato, un po’ affrittellate. 

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Contemporaneamente abbrustolite delle fette di pane toscano, conditele con olio e sale (e l’aglio per chi lo digerisce) e una volta cotte adagiateci sopra le cappelle di porcini su cui avrete passato un filo d’olio e un pizzico di sale. Se avete delle foglie di alloro infilatene una su ogni fungo a mo’ di piuma sul cappello degli alpini. 

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10 e lode

Con i gambi rimanenti potrete fare qualunque cosa, dai funghi trifolati al sugo per la pasta. Io ho sperimentato!

Patate ripiene:

patate ripiene di funghi porcini
patate ripiene di funghi porcini

Lessate in acqua salata e con la buccia due patate abbastanza grandi e dalla forma regolare facendo attenzione alla cottura che deve essere a puntino (meglio un po’ più crude che sfatte, in caso potrete tenerle un po’ di più in forno). Passatele sotto l’acqua corrente e aspettate che si siano freddate poi sbucciatele e tagliatele a metà per il lungo; asportate la parte centrale (che potrete riunire all’impasto in un secondo momento) con un cucchiaio facendo attenzione che non si rompano, ottenendo così 4 barchette. 

In una teglia fate rosolare nell’olio 1-2 spicchi d’aglio e buttateci i funghi affettati e abbondante prezzemolo tritato; salare, pepare e sfumare con un po’ di vino bianco. 

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Io poi ho proceduto con la versione veg aggiungendo panna di soia ma con il latte vaccino (e in ultimo un po’ di parmigiano grattugiato) andrà anche meglio. Una volta ultimata la cottura, cospargete le barchette con un pizzico di sale e un filo d’olio riempiendone poi la cavità con i funghi. Passate in forno caldo per circa 10-15 minuti.

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n.b. La qualità e il tipo di patata sono fondamentali per la buona riuscita di questa ricetta, le mie non erano molto adatte 😦

Polpette in prestito

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Cercando in rete una ricetta che potesse farmi utilizzare insieme pollo e melanzane, ieri ho trovato questa, di polpette. L’ho presa in prestito per provarla e siccome mi è piaciuta proprio tanto la prendo in prestito nuovamente per consigliarvela.  La trovate qui. Queste sono le mie, ottime come secondo piatto ma anche per un aperitivo:

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le ho accompagnate con delle carote in salsa speziata:

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semplicemente bollite poi saltate in padella con olio e gomasio e infine amalgamate in una salsa fatta con  panna di soia e spezie miste.

Burger vegetale, oooohhhhh yes!

Burger vegetale
Burger vegetale

Marò come sono soddisfatta! Ho fatto il mio primo burger vegetale con tutti i crismi. In effetti avevo già azzardato qualcosa con le lenticchie ma con poca cura e tutt’altro concetto; questa volta ho composto il panino più famoso del mondo, quello che è un vanto (probabilmente l’unico) della cucina americana (che mi pare già una contraddizione in termini) e che Mister McD. ha trasformato in una delle più grandi atrocità culinarie di tutti i tempi. La scelta vegetale non ha alcuna intenzione di sostituire e neanche ombreggiare l’hamburger naturalmente, solo un modo diverso di mangiare i legumi e soprattutto un pretesto per giocare con strati e salsine. Risultando poi come uno strano incontro tra hamburger e falafel.

Quello che mi ha convinta, se mai ce ne fosse stato bisogno, è l’aver trovato un giusto compromesso per il pane, ovvero i maxiburger trovati alla COOP senza alcool né conservanti e con degli ingredienti piuttosto basilari e di buona qualità (olio e.v.o) – senza aggiunte inquietanti. Molto buoni inoltre.

Per 2 burger:

  • 250gr di ceci cotti (li ho presi già cotti: AlceNeroBio)*

  • ½ cipolla bianca*

  • rosmarino tritato*

  • olio*

  • sale e pepe

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Per la farcitura:

  • fette di melanzane grigliate*

  • fette di pomodoro*

  • insalatina

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Per la salsa:

  • yogurt magro*

  • ricotta*

  • senape

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Affettare la cipolla e appassirla in padella con un po’ d’olio e il trito di rosmarino, aggiungerla ai ceci e mixare tutto con un po’ di sale e pepe, aggiungendo olio crudo se necessario per formare una pasta omogenea e liscia. Con le mani compattare l’impasto in una palla e poi dividerla in due più piccole da schiacciare tra due fogli di carta forno (dando la classica forma tonda del burger di carne) e lasciarle riposare in frigo per qualche ora.

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Cuocerli in padella antiaderente molto calda 4-5 minuti per ciascun lato.

Per la salsa sbattere o frullare un vasetto di yogurt con 2 cucchiaini di senape (Maille) e 2-3 cucchiai di ricotta di mucca.

Al momento della cottura tagliare per il mezzo i panini e scaldare la base su una griglia da ambo i lati. Mentre scaldate la parte superiore spalmate quella già calda con un po’ di salsa e poi procedete a strati:

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insalatina, fette di pomodoro, melanzane grigliate, burger e di nuovo salsa abbondante.

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Chiudere il panino e svitare la mandibola!

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Pistou e la cena dei bicchieri

 

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In fatto di tendenze sul cibo, ultimamente va per la maggiore la pratica di servire le pietanze usando barattoli al posto dei piatti. Una cosa che mi piace molto devo dire e che si presta agli usi più differenti: ideale per il pic-nic, per la gavetta (vedi schiscetta, lunch box, gamella, pranzo al sacco ecc…) ma anche per una cena servita in modo inusuale. I barattoli si possono usare anche per regalare biscotti e zuppe in vaso: il dono consiste in un barattolo contenente gli ingredienti secchi già misurati cui il beneficiario dovrà aggiungere quelli umidi che voi gli avrete segnalato nella ricetta infiocchetata a corredo del barattolo.

A me invece piace la cucina in bicchiere.

Avevo già assecondato la mia idea per qualche tartare di pesce ma quando in libreria ho visto il libro con le ricette di José Maréchal “Bicchieri golosi” – edito da Guido Tommasi editore – ho subito sognato un giro per mercatini alla ricerca di vetri e cristalli. Poi però mi sono frenata assicurandomi prima, che il libro arrivasse in mio possesso.

Ed eccolo qui! Decisamente all’altezza delle mie aspettative.

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Non ho resistito e prima ancora di averlo letto con cura – molto prima, dopo neanche 40 pagine – ho deciso di buttarmi e di (non) perdermi in un bicchier (d’acqua). Seguendo dal libro la ricetta del pistou per una pasta fredda molto semplice ma d’effetto e progettando alcuni “bicchieri” basandomi invece sui piatti che preparo con frequenza – quelli che, per intendersi, se si trattasse di un provino, sceglierei come monologhi da presentare – ho deciso di dedicare la domenica ad invasare le pietanze per la cena anziché impiattarle.

Ci ho messo un intero pomeriggio, solo cucinando per due, (e non perché i piatti fossero complessi!) ma mi sono divertita come una bambina e ne è valsa la pena.

Ora vi dico e vi mostro come era articolata questa cena dei bicchieri ma prima sollevo il problema che mi si è presentato al momento di pensare alla tavola: che piatti si mettono per servire dei bicchieri? Naturalmente dei sottobicchieri. Bene, problema risolto…peccato che io non abbia mai avuto un sottobicchiere. E la tovaglia? Vorrei qualcosa di colorato, ma io e la mia voglia di bianco in tavola non abbiamo tovaglie colorate. Però abbiamo delle tende. Bene, vada per le tende, problema risolto. Per i sottobicchieri decido di usare dei dischetti in cartone ondulato che separavano nella loro scatola un set di tazzine e piattini, e dei dischi più grandi ritagliati da un cartoncino. Evvai!

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E ora veniamo al dunque:

Antipasto

PINZIMONIO IN SALSA DI FORMAGGIO “BLU”
i nachos erano sbriciolati e nascosti sotto la salsa di avocado e tequila
SCAMPI ALLA TEQUILA IN SALSA MARGARITA DI AVOCADOS CON SORPRESA DI NACHOS (nel senso che erano sbriciolati e nascosti sotto la salsa!)

 

Primo

FARFALLE CON VERDURINE E SCAMPI CONDITA CON "PISTOU"
FARFALLE CON VERDURINE E SCAMPI CONDITE CON “PISTOU”

Secondo

POLPO CON PATATE IN SALSA VERDE
POLPO CON PATATE IN SALSA VERDE

 

Dessert

PESCHE CON AMARETTI E PINOLI
PESCHE CON AMARETTI E PINOLI 

 

Ma sapete che era tutto proprio buono?! La palma d’oro va agli scampi alla tequila ma la scoperta che mi ha resa più felice aprendomi numerose possibilità è stato il “pistou” – una salsa di origine provenzale simile al nostro pesto genovese ma senza formaggio. Pestando basilico, pinoli, aglio e olio, si ottiene una salsa dalla consistenza più leggera rispetto a quella cui siamo abituati e che si presta a svariati usi. In questo caso per la pasta, che è stata servita fredda con delle verdure saltate in padella (qui, zucchine e peperoncini verdi piccanti) dei pomodorini ciliegia e degli scampi.

Gran soddisfazione vi dico! E divertente mangiare (e bere naturalmente, ché una bella bottiglia di prosecco non ce l’ha tolta nessuno!) nei bicchieri.

Un brindisi dunque è d’obbligo…Cin Cin!

 

 

 

 

 

 

 

La “ceciata” – mi cucinano così ma non chiamatemi frittata!

mi cucinano così ma non chiamatemi frittata

CECIATA è il nome che mi sono inventata per quel piatto che solitamente viene chiamato “frittata finta” o “frittata vegana” perché ha l’aspetto di una frittata ma è fatta con la farina di ceci – e di uova neanche l’ombra. In questa assenza non c’è proprio niente di male; quello che proprio non sopporto è la mania veg di imitare, nell’aspetto e nel nome, piatti comunemente consumati da noi “onnivori” a base però di ingredienti vegetali. Il seitan, il muscolo di grano e tutti quegli alimenti vegetali ricchi di proteine che comunemente si usano nella cucina vegetariana e vegana (e che io non disdegno affatto nella mia di cucina) vengono solitamente venduti, cucinati, chiamati e pubblicizzati in modo da ricordare piatti più comuni, salvo poi rivelarsi in tutta la loro diversa sostanza nel momento stesso in cui toccano la prima papilla gustativa. Sembra quasi una sorta di “vorrei ma non posso” e invece non c’è niente di più falso perché solitamente chi ha scelto di seguire una dieta priva di alimenti di origine animale è assolutamente motivato e convinto della propria scelta e, a ragione, anche felice di poter assaporare piatti che spesso non hanno niente da invidiare a quelli con ingredienti di origine animale. Ma allora perché, mi domando, la bresaola di muscolo di grano? Che nell’aspetto somiglia tanto a quello di uno dei miei affettati preferiti e al sapore ovviamente è tutta un’altra cosa? Tra l’altro, questa discrepanza tra l’aspetto e il sapore, secondo me va a scapito di questi alimenti e rafforza, nei mangiatori di tradizione, l’idea che i prodotti veg non siano buoni. Il nostro cervello è una gran macchina, ma ingannarlo non sempre è proficuo: se faccio assaggiare al mio babbo settantenne una cosa che somiglia alla bresaola ma che poi ha un sapore completamente diverso, è sicuro che lui – in barba a tutte le mie spiegazioni – penserà che quell’alimento non è buono. Ecco, trovo semplicemente che per dare piena dignità a questi cibi gli si debba riconoscere una loro unicità, una – passatemi l’espressione -differenza di genere.

Ma veniamo alla Ceciata che, vi assicuro, alla frittata non ci somiglia minimamente (somiglia molto più alla cecina naturalmente) ma è altrettanto buona:

150gr di farina di ceci*

un bicchiere e mezzo di acqua

un pizzico di sale*

olio e.v.o*

pepe nero

verdure a piacere*

In una ciotola unire alla farina di ceci l’acqua, un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale e mischiare bene facendo attenzione a non lasciare grumi. In una padella saltare delle verdure a piacere e, una volta cotte, unire la pastella (che risulterà non troppo soda) e far cuocere bene da entrambi i lati (più a lungo di quanto non si faccia con le uova). Prima di servire macinare sopra un po’ di pepe. Ottima anche come antipasto o per un aperitivo tagliata a piccoli rombi; è buona sia calda che appena tiepida.

*ingredienti biologici

Ricottina al forno senza riverenza

timo, rosmarino, erba cipollina, menta, origano
timo, rosmarino, erba cipollina, menta, origano

Conoscete la storia della ricottina e della riverenza?

C’era una volta una povera ragazza di nome Bettina. Un giorno la vicina di casa le regalò una ricottina da fare in forno ma Bettina pensò bene di andare al mercato e venderla per ricavarci del denaro. Si mise la ricotta in capo e a testa alta e andamento fiero si incamminò; strada facendo cominciò a fantasticare sul suo avvenire che, ora che aveva la ricottina, le appariva roseo. “Ecco ora vado al mercato e vendo la ricotta. Con i soldi ricavati compro due pulcini: un galletto e una pollastrella. Li farò razzolare davanti casa e, quando la pollastrella sarà cresciuta e farà le uova, gliele farò covare così avrò tanti pulcini. Quando saranno diventati galletti li venderò e col ricavato comprerò due agnellini, uno maschio e uno femmina con i quali pian piano mi farò un gregge. Poi lo porterò al mercato e col ricavato della vendita comprerò due vitelli, maschio e femmina e con la vendita dei loro vitellini pian piano metterò da parte un bel gruzzolo con cui mi comprerò un prato. In mezzo al prato farò costruire una villetta e la gente, che ora mi disprezza, quando passerà davanti al cancello e mi vedrà, farà una riverenza dicendo – Buon giorno signora Bettina!”
Presa com’era dal suo sogno ad occhi aperti la ragazza imitò la riverenza e la ricottina, che era sulla sua testa, cadde e si spiaccicò al suolo. Pianse Bettina, sui suoi sogni infranti e sulla ricottina al forno che non mangiò mai.

Ricotta pronta per il forno

Se mai ve ne regalassero una*, prima di mettervela in testa insieme a strane idee, fate come me:
adagiatela in una teglia sopra ad un foglio di carta forno. Tritate molto finemente un misto di erbe fresche: timo, rosmarino, menta, erba cipollina, origano (o quelle che più vi piacciono) e unitevi sale e pepe. Coprite la superficie della ricotta con questo trito, passateci sopra un filo d’olio e mettete in forno a 180-200° per circa 45 minuti. Servitela tiepida e solo a quel punto fate la riverenza perché gli applausi non mancheranno!

La ricottina al forno
La ricottina al forno

*io ne ho cucinata una da 250gr ma secondo i gusti e l’occasione si possono fare quelle più piccole monoporzione.

Il cuore (s)batte dove il sentimento duole – ovvero “sgombro in agrodolce”

Cuor di cipolla

Un paio di settimane fa, viaggiando in auto verso Brescia alla volta di un evento di tango, alla radio ho ascoltato un’intervista ad una cardiologa. Il discorso era già avviato quando mi sono sintonizzata, quindi inizialmente non riuscivo bene a capire di che argomento stessero parlando. La frase che la dottoressa ripeteva quasi ossessivamente poi, è stata fuorviante: “il cuore delle donne è speciale (…ale…ale…ale..e), cosa che mi faceva vacillare nel risolvermi tra l’intervista scientifica e quella ad un’attrice di fiction. Pian piano sono venuta al bandolo della matassa ma il tono dell’argomentazione mi infastidiva alquanto: “il cuore delle donne è speciale, diverso da quello degli uomini”. Implicando, foss’anche senza intenzione, che quello dell’uomo è NORMALE, ordinario e associando il ruolo femminile alla sfera emotiva, cosa per altro naturale a mio avviso ma ampiamente e talvolta banalmente abusata. La mia mente è corsa subito ad un libro che per me è stato pacificante oltre che grandemente divertente: “La manutenzione del maschio” di Jacopo Fo. Il titolo può far presagire uno zinzino di sessismo, (proprio come l’intervista di cui sopra) in realtà il libro tratta le differenze in amore tra uomo e donna in maniera assai equilibrata ed ironica fornendo alcune informazioni essenziali sull’amore a partire dal cervello, che è diverso nell’uomo e nella donna. La mente umana, a quanto scrive Fo, è relativamente nuova, “viene usata intensamente solo da una decina di migliaia di anni; lo stomaco invece, per fare un esempio, ha avuto a disposizione centinaia di migliaia di anni per perfezionarsi”. 

Ed ecco che le parti si invertono: la ricercatrice parla ad un livello emotivo di argomenti scientifici mentre l’artista – l’umanista – a livello scientifico parla della sfera sentimentale.

Ok, scavalco le mie digressioni “da viaggio in auto” (io salgo in macchina da passeggero e il mondo esterno non esiste più, neanche quello immediatamente vicino, nello stesso abitacolo – quando ero piccola e volevo fare la ballerina, fantasticavo di ballare. Oggi le cose non sono molto differenti) e arrivo al nocciolo: al di là delle modalità di presentazione mediatica dell’argomento, la cardiologa ha catturato la mia attenzione quando ha sottolineato che, essendo questa diversità scoperta assai recente, fino ad ora i due cuori sono stati curati allo stesso modo benché differenti, basandosi però sul “modello maschile”, se mi passate l’espressione. (E qui siamo daccapo, ditemelo che stasera è una congiura questa del sessismo!). Ma in che modo sono diversi – mi domandavo – ? la dottoressa prontamente mi ha risposto: nel modo di ammalarsi.

Avvertenza! Io non sono un medico, quello che scriverò da qui in poi è quanto ricordo della trasmissione radiofonica ma non ha assolutamente valore professionale (se volete avere informazioni più credibili andate qui)

L’infarto del miocardio è il modello maschile, in cui l’occlusione che impedisce al sangue di arrivare al cuore interessa le arterie coronarie. Il modello femminile – che peraltro in fase di crisi presenta gli stessi sintomi, dall’alterazione degli enzimi al forte dolore al petto – riguarda invece il “microcircolo coronario” (si, questo sono andata a ricercarmelo, ché chi se lo ricordava?!) cioè i vasi coronarici più piccoli e quindi anche meno evidenti. Questa malattia colpisce principalmente le donne dopo la menopausa e in particolare in momenti di grande dolore, come un lutto. Per questo, e secondo la modalità di rappresentazione mediatica di cui sopra, è stata chiamata sindrome da crepacuore. Studi Giapponesi hanno rilevato che il cuore prende una caratteristica forma che noi diremmo a palloncino ma che i giapponesi associano invece al Tako-Tsubo, una cesta per raccogliere i polpi. Ma qui la cosa si fa ancora più specifica e io non mi avventuro oltre, ho già sfidato a sufficienza la sorte.

Però vado a dare una spolveratina al libro di Fo perché fa bene al ménage familiare e intanto vi lascio una ricettina facile ma un po’ approssimativa (sorry!) da fare quando in casa è rimasto solo dello sgombro sott’olio. Ovvero alla catastrofe.

Sgombro in agrodolce:

2 scatolette di sgombro sott’olio

1 cipolla rossa*

aceto di vino rosso*

zucchero di canna chiaro*

acqua

pinoli

olio e.v.o*

Tagliare finemente la cipolla. In un pentolino portare ad ebollizione un paio di bicchieri d’acqua con dell’aceto rosso (la quantità decidetela voi secondo il gusto considerando però che l’ ”agro” si deve sentire). In un altro pentolino far rosolare la cipolla con un pochino d’olio e aggiungere metà del liquido non appena inizia a dorare, in modo che resti morbida. Far evaporare un po’ a fuoco vivo quindi iniziare ad aggiungere un cucchiaino raso di zucchero. Non so darvi una dose esatta, io procedo per tentativi assaggiando l’acqua via via e facendo lo stesso per testare l’aceto. L’agrodolce è un gioco di equilibri (come per la donna e l’uomo) e quindi preferisco affrontarlo per gradi ché ha già in sé le lacrime della cipolla. Abbassare la fiamma e far insaporire, se necessario aggiungere gradualmente altro liquido (sia esso solo acqua, solo aceto o entrambi secondo la vostra propensione per il maschile o il femminile). Tenete presente però che a cottura ultimata dovrà esserci sufficiente liquido da coprire i filetti di sgombro. Scottare in padella antiaderente una manciata di pinoli.

Quando le cipolle saranno cotte, ben morbide e insaporite di agrodolce, spegnere il fuoco e lasciar intiepidire. Intanto scolare i filetti di pesce ed estrarli con cautela dalla scatoletta in modo da poterli adagiare a strati in una piccola terrina o recipiente per il frigo. Intervallare gli strati di sgombro con le cipolle, un po’ di pinoli, un filo d’olio e finire di coprire col liquido di cottura ma senza affogarlo che già sta messo male! Far riposare un po’ prima di mangiarlo e anche se l’ideale sarebbe il giorno prima per il giorno dopo e con lo sgombro fresco cotto in forno con solo un po’ di sale, un filo d’olio e poi sfilettato, va bene anche con la scatoletta e la fretta perché per la perfezione c’è ancora tempo. 

si, c’è ancora tempo” – dissero i pesci un attimo prima di finire in forno.

(*ingredienti biologici)

Pesce azzurro
C’è tempo per la perfezione!

E voi ce l’avete una ricetta a base di unione e contrasti?

Faraona al cartoccio

Buona! Buona! Buona! – Facile! Facile! Facile!

Faraona al cartoccio
Faraona al cartoccio

Per ogni cartoccio monoporzione:

adagiare su un pezzo di carta stagnola 2 pezzi di faraona (coscia e petto, petto e ala…)

salarli e peparli

spennellarli con abbondante senape (moi, la Maille)

aggiungere uno o due spicchi d’aglio

due-tre rametti di timo

un filo d’olio

Chiudere il foglio “a cartoccio” facendo attenzione a sigillare bene

Infornare per circa 50 minuti a 180° avendo cura di ultimare la cottura (gli ultimi 5 -10 minuti) avendo aperto un pochino il cartoccio per ridurre l’acqua che si sarà formata.

Maneggiare con cura, sono bollenti!

Domani, più panìco e meno uccelli!

Più (polpette di) miglio e meno uccelli
Più (polpette di) miglio e meno uccelli

Il detto fiorentino originale – che ammonisce chiunque dal fare il passo più lungo della gamba (se non puoi permetterti il becchime tieni meno uccelli) – recita “UN ALTR’ANNO, più panìco e meno uccelli” ma figuriamoci se aspetto così tanto prima di ricucinare le polpette di miglio; quando le ho provate la prima volta circa 10 giorni fa, le ho fatte per due giorni di seguito tanto mi sono piaciute.

Il miglio in terrazza. I semi ce li dettero ad una mostra a Palazzo Strozzi
Il miglio in terrazza. I semi ce li dettero ad una mostra a Palazzo Strozzi

Il miglio, ovvero il panìcum miliaceum, è un cereale minore (sarà perché ha i chicchi così piccoli?) che io non amo (sarà perché ha i chicchi così piccoli?) pur avendolo anche ospitato tra le mie colture in terrazza. Qualche tempo fa ne ho comprata una confezione; il perché non lo so, fa parte di quei misteriosi meccanismi cerebrali di una massaia con bisogni di compensazione.

A quel punto comunque dovevo trovare un’alternativa valida a due, egualmente insopportabili, soluzioni del problema:

  1. cucinarlo come primo piatto (in zuppa o asciutto) per poi mangiarne due cucchiai e lasciarlo a stazionare in frigo per giorni e poi buttarlo via

  2. lasciarlo nella dispensa per molto tempo. Molto, molto tempo. Moltissimo tempo. E poi buttarlo via.

L’alternativa si è presentata sotto forma di polpetta, ed è stato amore al primo morso (sarà perché ha i chicchi così piccoli? Forse, perché in effetti quella capacità di ammapparsi che solitamente non sopporto in questo cereale, per fare le polpette diventa un’arma segreta per la loro buona riuscita e gradevolissima consistenza**)

Ingredienti per circa 30 polpette:

1 tazza di miglio*

2 tazze di acqua*

2 carote*

1 costa di sedano*

1 porro*

verza* o altra verdura a piacere (broccoli, zucca…)

1 uovo*

1 cucchiaino di curcuma

gomasio* (oppure semi di sesamo)

pangrattato

olio e.v.o*

Cuocere il miglio facendolo lessare nelle due tazze d’acqua con un pochino di sale per circa 20 minuti, quando l’acqua dovrebbe essere assorbita. Se dovesse cuocere un po’ di più non preoccupatevi tanto diventerà una polpetta.

Affettare il porro e tritare le carote con il sedano e far appassire tutto nella padella con l’olio, aggiungendo se necessaria un po’ d’acqua, affinché le verdure restino morbide. Tagliare la verza a striscioline sottili e aggiungerla alle verdure; far saltare un pochino poi aggiungere la curcuma e il gomasio, oppure il sale e dei semi di sesamo tostati (facoltativi secondo i gusti naturalmente). Terminare la cottura, poi lasciare intiepidire sia il miglio che le verdure e infine unire tutto in una zuppiera; aggiungere l’uovo (se l’impasto risultasse troppo liquido unire un po’ di pangrattato). A questo punto formare delle palline e passarle nel pangrattato (avendo cura di sciacquarvi spesso le mani altrimenti nell’impasto che state maneggiando finirà troppo pangrattato e le polpette potranno risultare un po’ dure : mi è successo una volta con delle polpette di baccalà, un vero peccato). Disporre le polpette in una pirofila o una teglia foderata di carta forno, versare un filo d’olio e infornare a 180°. Cuocere 10-15 minuti per lato.

Sono buone sia calde che fredde. Ne voglio un kilometro, anzi un miglio!

* ingredienti biologici

** fin’ora vi ho mai parlato di consistenza? No? Strano perché secondo mia mamma “consistenza” è la parola che pronuncio più spesso parlando di cibo. A voi non sembra importante la consistenza?

“Tavolo per due” con GOMASIO

da Tavolo per 2

Stasera ho provato una ricetta consigliata dal blog Tavolo per due. Mi è piaciuta e quindi ve la consiglio. Facile, veloce e leggera io l’ho provata nella variante con aceto di vino rosso (si può fare anche con quello bianco ma secondo me è buona anche con l’aceto balsamico e quindi la prossima volta sperimenterò) ma l’aglio l’ho lasciato intero invece di tritarlo. L’ho servita con insalata mista di carote, finocchi e ravanelli condita con olio e gomasio.

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Cos’è il gomasio? Ve lo dico subito!

Dal giapponese goma (sesamo) e shio (sale) è un prodotto usato nella cucina asiatica e composto da sale marino e semi di sesamo tostati. Lo si prepara tostando semi di sesamo e sale grosso integrale che poi dovranno essere pestati o tritati nel mixer. É un po’ più calorico ma regala tanto calcio e ci fa usare meno sale.

Qui sotto il link di “Tavolo per due”…buon appetito!

http://tavoloper2.com/2014/01/03/insalata-di-pollo-allaceto-di-vino-e-menta/

Straccetti all’aceto balsamico

Fino ad ora ho parlato solo di verdure; perché mi piacciono molto e perché le trovo versatili e belle. Ma io non sono vegetariana, forse un giorno lo diventerò ma per adesso rinunciare al pesce e alla carne è impensabile. Naturalmente sto attenta alla qualità, non solo del prodotto in sé ma anche per ciò che riguarda il modo in cui gli animali sono allevati, nutriti e seguiti. So che questo non cambia l’esito finale ma sapere che l’animale è stato allevato con criteri che seguono la sua natura, senza sfruttamento massivo e con alimenti sani, se non mi pacifica completamente l’anima, almeno mi dà una garanzia in più per la salute. Ecco dunque una ricetta a base di carne:

Straccetti all’aceto balsamico

per 2-3 persone

Fettine di manzo o vitello per carpaccio* (tra i 400 e i  600gr ma dipende da quanto siete mangioni)

3 grosse carote*

1 cipolla rossa*

aceto balsamico

Olio e.v.o*

Sale e pepe q.b.

le verdure nel mixer
le verdure nel mixer

Tritare finemente col mixer la cipolla e le carote. Buttarle in padella con l’olio e cuocerle aggiungendo via via un po’ d’acqua in modo che non si asciughino troppo e restino morbide. Intanto tagliare a striscioline la carne e, una volta cotte le verdure, gettare in padella gli straccetti. Il taglio della carne per carpaccio essendo molto sottile richiede tempi brevi (la perdita di tempo sta nel tagliarla) quindi velocemente farli rosolare da ambo i lati cercando di separarli perché tenderanno a restare tutti insieme appassionatamente; salare e pepare e negli ultimi minuti di cottura spruzzare con aceto balsamico e a fiamma viva farlo evaporare. Se piace, aggiungere una manciata di prezzemolo tritato e servire con un contorno semplice di patate al vapore o verdure in pinzimonio.

Straccetti all'aceto balsamico

Verdure per pinzimonio
Verdure per pinzimonio

*ingredienti biologici

Qui gatta cicoria

“Ma quanto è bella la cicoria” disse la massaia contemporanea. “Grazie, non sei male neanche tu” rispose la cicoria.

da “I deliri della Massaia Contemporanea”

La cicoria spettinata
La cicoria spettinata

Ho scoperto la cicoria! Non che ignorassi la sua esistenza ma non l’avevo mai assaggiata e tantomeno cucinata. È apparsa qualche settimana fa nel listino del fornitore di verdure del G.A.S. e ho pensato di provarla: è stato amore a prima vista! È bella nei suoi eleganti ciuffi scarmigliati, si pulisce velocemente ed ha molte proprietà benefiche per il corpo. A questo link potete trovare tutte le spiegazioni http://www.greenme.it/mangiare/altri-alimenti/10284-cicoria-proprieta-usi

Per quel che so, la si può usare sia cotta che cruda ma io la preferisco cotta perché è una verdura piuttosto amara e usata cruda, ad esempio nell’insalata, per me è troppo forte. Ma cotta e magari unita in qualche ricetta con altre verdure è perfetta. Io per adesso l’ho cucinata saltata in padella con aglio e olio come contorno, l’ho usata nella pasta, in una torta salata e in uno strudel di verdure. Ma la preparazione che mi ha soddisfatta di più è stata la

Frittata con patate e cicoria

Ingredienti per 2 persone:

4 uova

2 patate

300 gr di cicoria (la parte più alta, fogliosa, tralasciando le coste)

Parmigiano

1 spicchio d’aglio

olio e.v.o e sale q.b.

Lessare la cicoria poi scolarla, strizzarla e tagliarla piuttosto finemente per saltarla in padella con olio e aglio. Intanto tagliare a dadini le patate e cuocerle in padella con l’olio. Sbattere le uova con un pizzico di sale e del formaggio Parmigiano grattugiato. Una volta che saranno pronte, unire le due verdure in un’unica padella, schiacciarle un pochino con la forchetta e poi versare le uova e procedere alla cottura.

Et voilà la frittata è fatta! Ops…

Frittata con cicoria e patate