Cachi mela, frutti d’autunno. Alcuni spunti per usarli in cucina.

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Fornelli tremate le streghe son tornate!

E anche le massaie contemporanee; per quanto tempo, non è dato sapere ma tant’è; è una prerogativa delle casalinghe tsoccole – altra faccia delle massaie contemporanee – quella di andare e soprattutto venire quando vogliono.

Prendetemi finché ci sono insomma.

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In questi giorni, grazie al bel regalo di due amici, mi ritrovo in casa con un bel po’ di “cachi mela” e tra i vari esperimenti fatti per costruirci intorno qualche ricetta ve ne voglio segnalare due – uno salato e uno dolce:


Insalata di pollo, avocado e cachi-mela grigliati

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– 1 avocado maturo ma sodo 

– 1 o 2 cachi mela maturi ma sodi

– 2 o 3 fette di petto di pollo (maturo ma sodo? si, praticamente una milf d(a)elle carni bianche)

– olio e.v.o 

– sale e pepe

– aceto balsamico

Grigliate i petti di pollo salandoli leggermente da entrambi i lati una volta che ne avrete sigillato i succhi; intiepiditi, tagliateli a striscioline; intanto avrete sbucciato e tagliato a fette/spicchi i cachi e a questo punto potrete iniziare a grigliarli nella stessa griglia usata per il pollo (sarà sufficiente passarla con un po’ di carta per togliere le tracce più grossolane della precedentw cottura), salateli leggermente e uniteli alla carne e a questi aggiungete poi l’avocado tagliato a fettine (anche con una mandolina se la consistenza del frutto lo permette). A parte emulsionate olio, pepe, un poco di sale e aceto balsamico e condite la vostra insalata di pollo.

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Crumble di cachi mela (per 3 persone)

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– 4/6 cachi mela (secondo la grandezza)

– succo di 1/2 limone

– 50 gr di farina

– 50 gr di nocciole tritate finemente

– 65 gr di burro + un pezzettino

– 4 cucchiai di zucchero di canna chiaro

Preparate prima il crumble così da poterlo far riposare in frigo mentre preparate la frutta: in una ciotola unite la farina, 2 cucchiai di zucchero, la farina di nocciole e i 65 gr di burro ben freddo tagliato a cubetti; procedete pizzicando e lavorando gli ingredienti il meno possibile ottenendo un composto tutto briciole.

Sbucciate e tagliate a pezzettini i cachi mela. In un pentolino fate sciogliere un pezzettino di burro e unite la frutta, il succo di limone, gli altri 2 cucchiai di zucchero e fate cuocere a fiamma media per 5 minuti ( o almeno finché la frutta si sarà ammorbidita). Ungete una piccola pirofila o degli stampini monoporzione e ricopritene il fondo con la frutta cotta; 

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ricopritela con le briciole di impasto e infornate a 180 gradi per circa 20/25 minuti o fin quando lo strato di crumble sia ben dorato e ai bordi si sia formato un leggero “bruciaticcio” dovuto al caramello della frutta.

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Servite tiepido e accompagnato, per farlo ancora più goloso, da un po’ di gelato al fior di latte. 

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Strudel di pere, cioccolato e nocciole. La consolazione e la nostalgia.

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Si parla spesso del cibo come consolazione ma anche il cucinare è un vero atto consolatorio; tante metafore quante sono le azioni da compiere.

In uno dei tanti giorni in cui chiedere di essere consolata mi è più difficile del solito, in cui la me stessa energica e ottimista appare come un miraggio e la nostalgia di lei mi fa apparire come la sua ombra,

aprire il frigo è come vedere la luce in fondo al tunnel,

mischiare, sbattere e brandire mestoli è impedirmi di rimanere inerte,

accendere i fornelli è ricordare a me stessa che il calore che non sento è quello cui manca la scintilla e che quella scintilla devo innescarla io

e unire ingredienti è come inventare nuove possibilità.

E allora spero che la delizia che è uscita dal forno sia l’equivalente culinario di una reinvenzione della vita: ricca, dolce, calda e fatta di tante cose insieme.

Strudel di cioccolato, pere e nocciole

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per la pasta:

200 gr di farina 0

80 gr di olio e.v.o

60 gr di acqua fredda

2 cucchiaini di zucchero di canna chiaro

per il ripieno:

600 gr di pere

130 gr di zucchero di canna grezzo

60/70 gr di nocciole tritate finemente

2 cucchiai di pangrattato

100 gr di cioccolato fondente 70%

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Nel mixer mettete la farina con lo zucchero e l’olio, frullate fino ad ottenere un composto granuloso poi aggiungete l’acqua, mixate ancora e infine compattate l’impasto a mano, fatene una palla, avvolgetela in pellicola trasparente e mettetela in frigo per circa mezz’ora.

Intanto sbucciate le pere e dopo aver tolto il torsolo fatele a fettine e in una zuppiera unitele a tutti gli altri ingredienti (la cioccolata tritatela a coltello).

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Stendete la pasta su un foglio di carta forno e al centro ponete il ripieno.

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Chiudete lo strudel e mettetelo nel forno caldo a 180° per circa 40/45 minuti.

IMG_0179Naturalmente è una bomba calorica ma si è mai consolato qualcuno con un prodotto dietetico?

Il gelo dell’estate scalda l’inverno

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Gelo siciliano. Quasi un ossimoro. Eppur vero.

L’estate scorsa ho sentito più e più volte nominare il gelo di mellone. Dopo essermi crogiolata un bel po’ nel dubbio ho scoperto trattarsi di un dolce tipico siciliano a base di cocomero (il “mellone” appunto). Poi ho scoperto che si tratta di una specie di budino, che è facile da preparare e che si può fare ad un’infinità di gusti senza restare quindi confinato al periodo estivo per mancanza di materie prime.

Ho approfittato di una delle cene del mio Gruppo d’Acquisto Solidale che aveva come tema la Sicilia e come sottofondo musicale la “Cavalleria Rusticana” per cimentarmi col gelo…di caffè. Poi, tanto mi/ci è piaciuto che ho provato altri gusti e devo dire che, per adesso, quello meglio riuscito è al limone – che alla prossima cena a base di pesce sicuramente salterà fuori rimpiazzando gelato o sorbetto.

Ecco dosi e modo di preparazione:

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800 ml di acqua

250 gr di zucchero

200 ml di succo di limone

90 gr di amido (maizena).

La maggior parte delle ricette prevede di tenere in ammollo negli 800ml di acqua la buccia grattugiata del limone per una notte ma io questo passaggio l’ho saltato per mancanza di tempo e credo che il risultato non ne abbia risentito particolarmente.

Mettere in una pentola l’acqua, lo zucchero, il succo di limone filtrato e l’amido setacciato. Accendere il fuoco a fiamma moderata e girando costantemente arrivare al bollore. Far bollire per qualche secondo in modo che si addensi e poi spegnere il fuoco continuando ancora a mescolare un po’. Intanto avrete preparato uno stampo da budino (o stampini più piccoli a porzione) bagnando l’interno con acqua o liquore (io ho usato il rum). Versare il composto nello stampo, lasciarlo intiepidire e poi metterlo in frigorifero per almeno 3 ore (ma se ci starà di più sarete più sicuri della riuscita).

Al momento di servire rovesciare lo stampo sul piatto da portata e guarnire con scorze di limone o scaglie di mandorla ma anche farina di cocco o cacao, secondo i vostri gusti.

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Per quanto riguarda invece il gelo di caffè, ecco qui le dosi:

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500 ml di caffè

80 gr di zucchero

45 gr di amido

20 gr di cacao in polvere

1 cucchiaino di cannella in polvere

Buon gelo a tutti! Ma che abbia il calore e la morbidezza dell’estate.

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!

Il burro ghiarificato! Pardon…chiarificato.

Il ghi (dalla lingua hindī ghī o come anglicismo ghee) è il burro chiarificato usato nella cucina indiana e ayurvedica ma più in generale nei paesi asiatici. Si tratta di un burro privato dell’acqua, della componente proteica e del lattosio; un grasso “puro”, privo di colesterolo e facilmente digeribile. Secondo l’Ayurveda il ghi è un dono prezioso capace di nutrire senza appesantire, ma soprattutto di dare equilibrio ai tre Dosha – o energie vitali: Vata, Pitta, Kapha – che determinano tramite il loro stato di equilibrio o squilibrio lo stato di salute dell’individuo. Lo si può comprare o fare in casa e io, ovviamente, ho scelto la seconda strada. Non vi spiegherò passo per passo come si fa perché la rete è piena di spiegazioni più che esaustive ma, a grandi linee, si tratta di scaldare a fiamma bassa il burro eliminando, via via che affiorano in superficie, le parti solide. È un’operazione lenta che richiede tempo e pazienza il cui esito ripaga ampiamente.

Preparazione del ghi

Preparazione del ghi

In cucina si può utilizzare al posto di tutti gli altri grassi e per qualsiasi uso, a patto che il suo sapore – indescrivibile – vi piaccia. Il fatto che il suo “punto di fumo” sia molto alto lo rende perfetto nelle fritture, migliore di qualunque olio. Si conserva fuori dal frigo e, non irrancidendo, si conserva molto a lungo. Molto, molto a lungo, fino a 100 anni!

Io l’ho preparato la prima volta qualche mese fa dopo che un medico ayurvedico me lo aveva “prescritto” in un ciclo di cure; ma oggi l’ho rifatto per usarlo unicamente in cucina. Iniziano gli esperimenti!

La cosa che più mi interessava era poter usare il ghi nella preparazione di frolla o brisée, che io raramente faccio proprio per la presenza massiccia di burro preferendo ad esempio (per le ricette salate) la pasta al vino (che, ormai si sa, mi ha rubato il cuore).

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Partendo dalla folgorante ricetta di Forchettina giramondo, ho provato la Tarte Tatin di arance preparando la pasta frolla con il ghi al posto del burro, farina di grano tenero semintegrale e usando zucchero di canna grezzo mascovado, che con la presenza di melassa non sempre rende bene nel sostituire gli zuccheri più raffinati nelle ricette. Volendo provare qualche accostamento aromatico con l’arancia, ho cosparso le fette con del rosmarino tritato creando un incontro che è diventato amore.

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Ebbene, son soddisfatta – anche se la torta l’ho cotta un po’ troppo!

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La mia tartetatin di arance si è scottata!

200gr Farina semintegrale*

100gr Ghi*

70gr zucchero di canna grezzo* (+ 4 cucchiai)

1 uovo intero*

1 pizzico di sale

2-3 arance*

rosmarino q.b

Mischiare l’uovo con lo zucchero, unire poco alla volta la farina e infine il ghi. Impastare velocemente formando una palla che farete riposare in frigo per almeno 30 minuti.

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

Intanto scaldare il forno a 180° e cospargere il fondo di una tortiera bassa con i 4 cucchiai di zucchero. Adagiarci le fette di arancia (senza buccia) cercando di non lasciare troppi spazi vuoti e cospargerle col rosmarino tritato;

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stendere la pasta in un disco e adagiarlo sopra le arance facendo in modo che aderisca bene alla frutta e rincalzandolo se necessario ai bordi in modo che le fette restino all’interno del disco. Infornare per 30-40 minuti secondo la personalità del vostro forno, il mio si sa, è pazzo e probabilmente 25 sarebbero bastati… sarebbero…

Una volta cotta rovesciatela subito in un piatto togliendo con cura la carta forno. Servire a temperatura ambiente.

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E con un po’ di pasta frolla avanzata ho provato a fare i biscotti…

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…perfetti!

*ingredienti biologici

Torta Frida – Viva la vida!

La torta Frida

La torta Frida

Arte, Passione politica, Amore, Dolore, Messico. Frida Kahlo.

Frida Kahlo in una foto di N. Muray a New York nel 1939

Frida Kahlo in una foto di N. Muray a New York nel 1939

Qualche giorno fa sono stata a Roma a vedere la mostra dedicata alla pittrice messicana; due giorni al femminile – impronta familiare indelebile – con mia mamma, mia sorella e mia nipote, per calarsi nell’opera di una donna che nonostante la sofferenza ha proseguito il cammino (come mia mamma), che ha amato includendo tutto, anche le contraddizioni e i superamenti di sé stessi e l’indicibile (come mia sorella), che ha trovato nell’arte la sua voce (come me) e che ha sempre rinnovato lo slancio per amare la vita: nel suo ultimo dipinto, otto giorni prima di morire, scrive su una fetta di cocomero “viva la vida” – anche con tutte le sue schifezze, i dolori fisici e dell’anima, lei lo scrive (Viva la vida Adele, e che ti mandi le cose migliori). Già questo è sufficiente a renderla un’eroina, un’icona quale è stata (infatti, la prima donna latinoamericana ritratta su un francobollo U.S.A nel 2001) senza contare l’impegno civile e politico e la forza delle sue opere.**

Francobollo statunitense

Francobollo statunitense

Quando un’idea ti frulla in testa, spesso la sua essenza si manifesta in quello che fai, e se stai pensando a quale dolce preparare per cari amici che vengono a cena è inevitabile che, eccitata per la trasferta romana, io abbia sfornato un dolce che era un po’ Frida, che era un po’ donna al profumo di Messico: una crostata di ricotta al cocco con marmellata di limes.

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Ho tribolato non poco perché insicura dell’accostamento cocco-lime ma visto che anche “La grammatica dei sapori” mi dava ragione, perché non tentare?

Lime&Cocco: unito alla sonnolenza tropicale del cocco, il lime è il pungolo per alzarsi dall’amaca e fare esercizio. Una glassa al lime su un dolce al cocco richiede un’intensità eccezionale per allontanare la dolcezza pesante. Una grattugiata di cocco fresco e qualche goccia di succo di lime renderanno più ricco e dolce un ananas, come fanno con il pesce, cotto o crudo. In India, striscioline di cocco fresco sono mescolate con succo di lime, aglio schiacciato e peperoncini piccanti, per servirli con il curry.

(N. Signit, La grammatica dei sapori, p. 301, Gribaudo editore. Ne parlo qui)

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Così, pensando ad un burroso cocco sdraiato su un’amaca avvolto nell’odore fresco del lime di un margarita, ho rammentato i colori accesi di Mèrida (MX) e le infinite tonalità di verde e di blu dello Yucatàn tutto, e ho cucinato uno dei dolci meglio riusciti (a me) dai tempi del surrealismo: ma invece di avere “la magica sorpresa di incontrare un leone in un armadio, dove si è certi di incontrare camicie” (cit. F. Kahlo a proposito di Surrealismo), si trova un gusto fresco e delicato dove si pensava di trovare il peso di un’eccessiva dolcezza.

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Merito è anche di Maghetta Streghetta nel suo Gikitchen: mi ha servito su un piatto d’argento la pasta frolla perfetta per questa crostata, essendo sì poco dolce. Ho seguito la sua ricetta apportando qualche piccola modifica.

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Ingredienti

Frolla:

Zucchero bianco 80gr

Farina di kamut (il Farnetino)* 300gr

Burro* 150gr (piuttosto freddo e a pezzetti)

1 uovo + 1 tuorlo*

Scorza grattugiata di 1 lime

1 pizzico di sale*

Ripieno:

Ricotta vaccina* – MUUU!!! – 500gr

Granella (farina) di cocco 100gr

Zucchero grezzo di canna* 20gr

1 uovo*

Copertura:

succo di 1 lime (tipo quello di cui avete usato la buccia?!!!)

1 lime intero

1 cucchiaio di zucchero di canna grezzo*

Acqua q.b.

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Per quanto riguarda la pasta: unire uova e zucchero emulsionandole bene. Nella farina (col sale) aggiungere il burro e procedere pizzicando, quindi grattugiare la scorza del lime e aggiungere infine il composto liquido procedendo a impastare (il minimo indispensabile) per avere una pasta omogenea. Formare una palla, ricoprirla con pellicola e lasciarla in frigo 40 minuti circa.

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Intanto accendere il forno e procedere al ripieno mischiando tutti gli ingredienti fino ad ottenere una crema. Trascorso il tempo, stendere la pasta in una teglia o pirofila con carta forno o burro e versarvi il composto di ricotta: infornare a 180° per almeno 30 minuti. Procedere con la marmellata facendo bollire in un pentolino il lime tagliato molto sottile col succo dell’altro lime e lo zucchero. Se necessario aggiungere un po’ d’acqua e ultimare la cottura. Togliere qualche fetta di lime per guarnire e frullare il resto col frullatore a immersione. Una volta che la torta si sarà intiepidita, versare sopra lo strato di marmellata e decorare a piacere.

Aspettare che si freddi prima di mangiarla.

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**Per chi avesse voglia di vedere la mostra c’è tempo fino alla fine di agosto ma da settembre la medesima esposizione sarà a Genova.

*ingredienti biologici

Coldplay “Viva la vida” 

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CRUMBLE DI PESCHE

CRUMBLE DI PESCHE

 

 

José Maréchal, l’uomo dei bicchieri; quello che occupa i miei sogni quando li lascia liberi mio marito. Dal suo libro sto traendo un sacco di spunti e ricette che mi piacciono piacciono piacciono.

Lui mi ha fatto scoprire il CRUMBLE e io lo adoro. Il crumble è una “sbriciolata” a base di farina e burro da realizzare sia dolce che salato e aromatizzato in vari modi a copertura di uno strato morbido (un po’ come avviene nel procedimento della torta amaretti e mandorle) che può essere a base di frutta o di verdura.

Il mio prossimo appuntamento per il crumble sarà con le melanzane ma oggi vi parlo del crumble di pesche e di come l’ho realizzato (io).

Per la pasta:

100gr di farina semintegrale*

100gr di zucchero di canna*

50gr di mandorle in polvere*

50gr di nocciole in polvere*

120gr di burro semisalato

vaniglia

Per le pesche:

8 pesche gialle

6 cucchiai di zucchero di canna

succo di ½ limone

2 cucchiai di Amaretto di Saronno

Pinoli

Sbucciare e tagliare le pesche a dadini e metterle in un tegame con lo zucchero e il succo di limone, lasciar riposare mentre preparate l’impasto del crumble: in una ciotola unire al burro (tagliato a pezzetti e ammorbidito a temperatura ambiente) tutti gli ingredienti e lavorare con la punta delle dita senza impastare; dovrà risultare un composto tutto granuloso e non compatto da far riposare in frigo per almeno 15 minuti.

Accendete il fuoco sotto il tegame e lasciate cuocere le pesche finché risulteranno morbide e il liquido si sarà un po’ assorbito. Una volta pronte aggiungere una manciata di pinoli e l’amaretto e riporre in frigo.

Scaldare il forno a 180° e cuocere le briciole di pasta stese su una piastra coperta di carta forno finché non saranno dorate, poi lasciar raffreddare.

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Servire il crumble componendolo in bicchieri o coppette con la frutta alla base e il crumble sbriciolato sopra. Godete.

 

La marmellata di fragole e il fazzoletto di Desdemona

 

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Vedeste mai a vostra moglie un fazzoletto ricamato a fragole?”

(Iago; atto III scena III, “Otello” – W. Shakespeare)

Il fazzoletto di Desdemona ha su ricamate delle fragole, ed è magico:

Otello: È così. C’è una virtù magica nella sua tessitura. Una sibilla, che duecento volte aveva contato il corso del sole, lo ricamò, pronunciando scongiuri. I bachi da cui si estrasse la seta erano stati consacrati. I colori con i quali fu tinto, furono estratti da sostanze che si trovano nel cuore delle vergini mummificate.

Quel fazzoletto è perno di un intrigo che porterà la tragedia al suo compimento con l’assassinio di Desdemona, il disvelarsi della verità e il suicidio di Otello. E quelle fragole ricamate, che in origine simboleggiavano amore e stima,

Otello: Quel fazzoletto lo dette a mia madre una maga egiziana, che leggeva il pensiero. Disse a mia madre che fintanto lo avesse conservato, ella sarebbe apparsa desiderabile agli occhi di mio padre, il quale non avrebbe aspirato ad altro che al suo amore.

si son fatte rosse di gelosia e rabbia.

Come poterle redimere da un così funesto ricordo e tornare ad amarle senza ombra alcuna? Con un filtro d’amore: la marmellata di fragole con menta e pepe rosa; rosso passione, rosa d’affetto, verde speranza.

  • 2 kg di fragole*

  • 1 kg di zucchero di canna integrale*

  • 2 limoni*

  • 2-3 rametti di menta

  • pepe rosa (una manciata scarsa, o secondo il vostro gusto)

Scegliete fragole perfette per ottenere un sentimento puro, tagliatele a metà o in quarti e lasciatele in infusione con lo zucchero e il succo dei limoni che insieme creeranno la condensa del vostro desiderio. (Tutte le ricette consigliano 12 ore di macerazione, ma io non avevo tempo e ce le ho lasciate si e no mezz’ora). Mettete le fragole e il liquido che avranno fatto nel vostro calderone e iniziate a cuocerle girando regolarmente con un mestolo di legno. Dopo circa 20 minuti aggiungete la menta e il pepe rosa e continuate a far sobbollire pensando all’amore vostro o a quello che vorreste lo diventasse. (Non essendo state sufficientemente a riposo tenderanno a non disfarsi e quindi ad un certo punto dovrete usare il vostro fedele frullatore a immersione o il passatutto se volete essere meno aggressivi o eliminare i semini gialli). Cuocete finché la prova piattino** non risulterà soddisfacente ma sappiate che, essendo la fragola un frutto con poca pectina, la marmellata tenderà sempre a risultare più liquida di altre. Poco prima di toglierla dal fuoco aggiungete la scorza grattugiata di uno dei limoni che vi regalerà la gioia del sole e dei corpi semi nudi.

Una volta pronta versatela nei barattoli che avrete sterilizzato e, dopo averli chiusi bene, capovolgeteli affinché si formi il sottovuoto.

Quando l’oggetto del vostro desiderio l’assaggerà, forte gli arriverà la dolcezza della fragola e avrà voglia di abbracciarvi; poi avvertirà la piccantezza del pepe e avrà voglia di toccarvi e quando la sua bocca rimarrà pervasa dalla freschezza della menta, avrà voglia di baciarvi. Lasciatelo fare.

filtro d'amore: rosso passione, rosa d'affetto, verde speranza

filtro d’amore: rosso passione, rosa d’affetto, verde speranza

E se un giorno il tarlo della gelosia dovesse impossessarsi di voi o di lui (oggetto del desiderio), preparate della pasta frolla pensando ad Otello e farcendola con il vostro filtro d’amore cuocete dei fazzoletti di Desdemona – non avranno lacrime da raccogliere, solo perle di sudore d’amplesso da detergere.

Il fazzoletto di Desdemona

Il fazzoletto di Desdemona

 

Pancake

 

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Non stimo affatto il popolo americano le cui abitudini alimentari sono lo specchio di una cultura che mi fa venire la pelle d’oca (marshmallow grigliati sul barbecue????!!!!). Nonostante ciò, oggi ho cucinato i pancake. E non era la prima volta.

I pancakes sono delle frittelle tradizionali dell’America del Nord, simili alle crepes, ma più spesse e spugnose. Di solito si servono con sciroppo d’acero


flash sui mille telefilm americani visti e rivisti nel mio periodo da teledipendente

ma io li mangio con il miele d’acacia o con la vanella. L’amore tra me e i pancake è sbocciato poco più di un anno fa in Messico, ed è proporzionale alla rabbia provata negli scali aerei statunitensi (paranoia e follia in ogni dettaglio). Mi hanno salvata dal dover mangiare uova strapazzate piccanti e frijoles refritos alle 8 del mattino, e per questo avrò sempre un debito di riconoscenza per la cucina internazionale negli alberghi. Salvataggio con gusto, perché mi sono proprio piaciuti.
Non so bene perché, li pensavo complicati da preparare e siccome comprare le miscele pronte di farina, ormai si è capito che non è il mio genere, non ho mai pensato di farli.
Poi “diventi una blogger” e scopri che tutte le foodblogger à la page preparano cupcake, pancake, milkshake, cucinano in colori pastello e hanno un sacco di formine per biscotti acquistate su siti specializzati. E allora, che cavolo!, surfo anch’io l’onda di tendenza e, pur senza inabissarmi fino agli zuccherini colorati, provo a cucinare i pancakes. Il primo esperimento è stato fatto domenica 20 aprile, Pasqua; per pranzo. La mia, ormai relativamente, nuova vita da tanguera ha portato una ragazza che andava a letto quasi tutte le sere intorno alle 23,00 in una sregolata donna con orari da adolescente che anche il giorno di Pasqua è andata a letto all’alba. E allora, quale modo migliore per rendere un po’ speciale un pranzo di Pasqua che in realtà è una colazione tra rincoglioniti di sonno, se non giocare un po’ a sperimentare? Approfittandone per calarsi nel ruolo della massaia americana con grembiulino e tritarifiuti? Si dai, approfittandone.
Come prima volta non è andata male – se si eccettua il fatto che ho dovuto sostituire metà della farina con la farina di ceci perché non mi ero accorta di aver quasi finito l’altra, ottenendo un impasto troppo liquido. Con ancora grande margine di miglioramento, per riprovarci dovevo avere la certezza di azzeccare la ricetta giusta. E siccome l’Universo ci ascolta, è arrivata Eleonora: dandomi la ricetta mi ha anche rassicurata sulla velocità di preparazione “ché un americano mica sta tanto a preoccuparsi di girare l’impasto”. Ve la riporto fedelmente.

Metti insieme tutti gli ingredienti secchi:
135 g farina 00
1/2 cucchiaino di lievito in polvere vanigliato
1/4 cucchiaino di bicarbonato
2 cucchiai di zucchero
un pizzico di sale
In una terrina mescola:
1 uovo intero
250 g di latticello
35 g burro fuso (o 20 gr di olio e.v.o)
Unisci gli ingredienti secchi agli altri mescolando poco e lasciando i grumi. Nel frattempo avrai riscaldato una padella antiaderente un po’ unta con olio (io ne metto un goccio e quando è caldo lo passo sulla padella con pezzo di carta da cucina). Con un mestolo piccolo metti l’impasto nella padella, dopo un po’ si formeranno dei fori nel pancake e sarà ora di girarlo. Tieni il fuoco moderato altrimenti si cuociono fuori e poco dentro.
(queste sono le dosi giuste per una bella colazione per due)

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Direi che sono proprio buoni, anche se io ho ancora problemi in fase di cottura: forse li giro troppo presto cosicché nel prenderli con la spatola invece di mantenere la forma bella tonda si rapprendono a fisarmonica. Bisognerà che mi alleni ben bene – anche perché voglio provarli con della marmellata d’arancia (leggermente stemperata sul fuoco per renderla un po’ più fluida).

E volete sapere dove è proseguita la mia domenica? In Giappone con il WA! Japan Film Festival 2014.

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Poi al nuovo “primo piano” del mercato centrale di Firenze di San Lorenzo: anche se un po’ caotico devo dire che è proprio bello e il tramezzino di Amblè proprio buono!

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E infine sul divano a guardare un film inglese (“Irina Palm”).

Perché l’arte e la cucina sono un ottimo modo per girare il mondo quando non ci si può spostare.

Torta amaretti e mandorle: quando la poesia si scioglie in bocca.

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Ieri, 21 marzo, si celebrava la giornata mondiale della poesia. Vi risparmio i miei versi adolescenziali ma verso in questo post la ricetta di una torta che è pura poesia.

La torta di amaretti e mandorle:

Per la pasta:

250 gr farina*

150 gr di zucchero di canna grezzo*

100 gr di burro*

1 bustina di lievito per dolci

1 uovo

 

Per il ripieno:

½ pacco di amaretti

60 gr di mandorle pelate

aroma di mandorle

300-350 gr di ricotta vaccina*

1 uovo*

100 gr di zucchero di canna grezzo*

 

Sciogliere il burro a “bagno maria”. Intanto, in una ciotola, unire farina, zucchero e lievito e mischiare bene il tutto. Unire l’uovo sbattuto e mescolare ancora dopodiché unire il burro fuso e impastare con le mani formando un impasto granuloso (non un impasto omogeneo e compatto ma formato da tanti grumi).

Per il ripieno tritare le mandorle e unirle agli amaretti pestati più o meno grossolanamente con il pestello o con le mani; aggiungere lo zucchero la ricotta e l’aroma di mandorla mescolando bene il tutto per poi unire l’uovo sbattuto.

Imburrare e infarinare una tortiera tonda di quelle a cerniera e mettere circa i 2/3 dell’impasto sul fondo senza compattarlo, versarci il ripieno e coprire con i restanti granuli di impasto coprendo la farcitura. Decorare la superficie con qualche mandorla intera e infornare a 180° per circa 40 minuti.

 

Se i versi che usciranno dalla vostra bocca dopo averla assaggiata non saranno poetici è solo perché somiglieranno molto a quelli animaleschi di un orgasmo.