Una cuoca conTurbante!

Coprirsi il capo per cucinare è sicuramente buona pratica; e i motivi sono principalmente igienici: col capo coperto si evita che un capello possa cadere in una pietanza e si impedisce alla propria chioma di stare alla mercé dei fumi delle padelle assorbendo tutti gli odori della cucina.

A livello professionale poi ci sono motivi d’immagine perché sicuramente uno degli elementi con cui identifichiamo un grande cuoco è la Toque blanche,

il cappello dello chef che, in forme diverse, rappresenta una gerarchia che dallo chef arriva al capocuoco e dall’apprendista allo sguattero.

La Toque blanche è di origine francese, risale all’Ottocento e oggi si presenta come un cilindro bianco alto circa 30-35 cm (25 per i pasticceri) ma privo del famoso sbuffo apicale che a me ha sempre ricordato un soufflé.

Per i motivi suddetti anche in casa, stando tra i fornelli, è bene coprire la testa e se per gioco, nel cassetto degli strofinacci, ho una Toque, per praticità è più facile che abbia usato una bandana o una bella pezzòla da contadinella (come l’avrebbe chiamata la mia nonna). Il fazzoletto però tende a schiacciare i capelli e da riccia alla continua e spasmodica ricerca di volume (pump up the volume!) mi sono messa alla ricerca di un’alternativa, soprattutto sapendo che tra qualche giorno dovrò cimentarmi in un’esperienza tutta nuova per me: mi occuperò di cucinare i pranzi per i bambini di un centro estivo che si svolgerà in una fattoria didattica nel Mugello. Si tratta di bimbi che stanno vivendo una difficile esperienza oncologica e quindi questa volta, mi rapporterò ad un problema che solitamente affronto col naso rosso della Dottoressa Molletta, nei panni della Massaia contemporanea, con in testa…un turbante!

Di questo elemento ornamentale risalito agli onori modaioli ormai da qualche anno possiedo un paio di esemplari: uno in shantung di seta che certo non userei in cucina e uno in cotone che però uso principalmente al mare, sulla spiaggia. E così, come spesso accade, mi sono ingegnata e autoprodotta dei turbanti da cucina con del tessuto non tessuto, un po’ di fil di ferro e dei timbri.

Sarò emozionata, sudata e fashion!

Antidoto di un lunedì di giugno

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È lunedì pomeriggio. È la fine di giugno. È caldo. È il momento in cui, ripensando al fine settimana appena trascorso, già si sogna quello a venire. E viene voglia di strappare le pagine del calendario che separano il primo giorno della settimana – quello in cui lo stress da ripresa ci rende lunatici – dal venerdì, il giorno della vendetta.

Adesso prendete il martedì o il mercoledì che avete strappato (andrà bene anche il giovedì se preferite) e appuntatevi queste coordinate

latitudine 43.6740769

longitudine 11.087561999999934

ovvero Via Trucione, 41, 50025 Montespertoli FI, Italia

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poi prendete il telefono, componete il numero 335 6683147 e prenotate un tavolo all’Agriturismo Borgostella per il fine settimana (venerdì? Sabato? Domenica? Venerdì, sabato e domenica?)

 

Cominciate quindi a visualizzare vigneti in pendenza, tramonti toscani sulle colline del Chianti (per chi non ne avesse mai consumato uno consiglio di rimediare quanto prima e con occhi avidi) e sorsi di birra artigianale come se un domani ci fosse e lo si volesse vivere parecchio bene. Questo sarà il pensiero che vi salverà in questa settimana che il meteo annuncia torrida.

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Potrete accompagnare la Birragricola ad una pizza buonissima ed estremamente digeribile cotta nel forno a legna a cui probabilmente verso le 23, se sarete ancora lì, vi accosterete per scaldarvi perché l’aria intanto si sarà fatta fresca.

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Una pizza fatta con ingredienti di qualità e di stagione, un luogo semplice ma pieno di cultura, la cultura delle tradizioni, del recupero della tradizione e della sostenibilità.

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Scoop! Oliva salva Mozzarella a costo della sua vita. Cronaca di un sacrificio culinario.


Quando non posso fare a meno di rivolgermi alla grande distribuzione, la Cooperativa di Legnaia e le botteghe del Palagiaccio disseminate per Firenze e provincia costituiscono una valida alternativa alle bancarelle del mercato di fiducia o al fornitore del gruppo d’acquisto solidale.

E l’altro giorno, che sono andata a fare la spesa proprio alla Cooperativa e ci ho trovato un apposito banchino con i prodotti del Palagiaccio, la vita da massaia mi ha sorriso. [D’altronde la felicità sta nelle piccole cose. (…Già, chissà allora in quelle grandi)].

E qui entra in gioco l’oliva. Perché quando la signora che mi ha servito le tre mozzarelle che avevo chiesto mettendo un’oliva nella vaschetta, ha visto la mia espressione incuriosita, mi ha spiegato come conservarle correttamente  e a cosa serve l’oliva appunto:

una volta a casa togliere subito la mozzarella dalla vaschetta preferendole un contenitore di vetro o ceramica

 riempirlo d’acqua e inserirci l’oliva

adagiarci la mozzarella e versarci il siero che ha rilasciato durante il ritorno a casa.

L’oliva servirà in caso non si voglia mangiarla tutta subito – io per esempio avevo comprato tre fior di latte sapendo che per cena ne avrei usate solo due – e assorbendo l’acidità del siero salverà la mozzarella; lei dopo tre giorni sarà marrone e da buttare mentre noi potremo ancora consumare il nostro buon boccone di latte.


E fu così che una bella di Cerignola si immolò per l’altrui godimento (cosa che succede anche alle belle di altri paesi).

È germogliato un amore

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Avete presente i germogli di soia?

(…)

Quelli del supermercato che sanno tremendamente di erba? (…)

Quelli che avete conosciuto e acquistato in seguito al boom di ristoranti cinesi degli anni ottanta? E che dopo un paio di giorni dall’acquisto lasciano nella vaschetta di plastica quell’acquetta giallognolonerastra (ebbene si, sono l’incubo della Pantone) così inquietante e dall’odore pungente? Ecco, quelli io non li ho mai potuti sopportare. – E forse si intuiva…

(un po’ di tempo dopo…)

Ma veniamo al punto

Signore e signori oggi vi parlo del mio nuovo amore per i germogli.

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Un amore che è ancora un germoglio, un flirt diciamo, ma che con le dovute condizioni astrali si potrebbe trasformare in una passione bruciante…e sì che per lo più i germogli si mangiano crudi!

Una piccola scintilla scattò una sera a cena a casa di Flora (che se mai dirigerò un film, avrà questo titolo). E insomma, arrivarono in tavola bel belli e distesi su un vassoio, avviluppati e vaporosi, brillanti, dei germogli di ravanello e di porro. E fu davvero una bella scoperta. Una sorpresa di delicatezza ma contemporaneamente di sapidità e freschezza.

Nonostante questo, la cosa morì lì. Ma si sa che a volte, perché ci si incontri in amore, il tempismo è tutto; e forse quello non era il nostro momento.

Ma insomma nel frattempo le cose cambiano, gli orizzonti si ampliano e le esperienze culinarie anche, la salute, il benessere, la gola, la voglia di sperimentare etc… etc…

e oggi mi ritrovo con un germogliatore in casa. Per quanto lo userò? Quanto durerà la nostra storia? Non lo so, ma se son rose fioriranno.

E se son semi germoglieranno!

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Pare che i germogli abbiano tantissime proprietà benefiche contenendo grandi quantità di vitamine, minerali e fibre. E devo dire che sono anche molto buoni(non tutti però!). Benché la mia esperienza sia estremamente breve (al momento ho scoperto che i germogli di ravanello mi piacciono e si ottengono con facilità, che i germogli di cicoria per il mio gusto sono troppo amari (e si che a me la cicoria piace tanto!) e sto facendo il tifo per i germogli di porro che mi sembrano così piccoli e delicati – inerti – da farmi temere per il fallimento.

A proposito di fallimenti, io il germogliatore me lo sono fatto in casa assemblando vari cestelli per la bollitura e la cottura al vapore delle verdure e pare che funzioni; però il mio primo tentativo l’avevo fatto con il sistema delle vaschette di plastica, e i germogli si erano ammuffiti tutti. Stavo quindi per cedere alla tentazione di ordinarne uno su internet quando mi è venuta l’idea dei cestelli evitandomi di comprare qualcosa che poi avrei dovuto collocare riavviando il tetris di tutte quelle volte che devo inserire un nuovo attrezzo da cucina o stoviglia nel mio cucinotto.

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Mi sto documentando e un valido aiuto per destreggiarsi è venuto dal bellissimo libro di Rita Galchus “germogli in casa” (logosedizioni) in cui si mostrano diversi sistemi di germinazione, le varie proprietà e i diversi tipi di semi e di loro utilizzo, i temi di ammollo, la resa secondo il quantitativo di semi da germinare e così via.

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A grandi linee comunque funziona così:

in un contenitore dal fondo forato che permetta la scolatura di acqua e che abbia un vassoio che la possa raccogliere (o in un barattolo col tappo a rete) si mettono dei semi (bio!) precedentemente ammollati 

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sul fondo dei cestelli ho messo della garza perché i semi della cicoria erano molto piccoli e passavano dai buchi di filtraggio

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e tenendoli coperti si passano sotto l’acqua due volte al giorno fino a quando il germoglio spunterà e crescerà arrivando alla grandezza desiderata (2-4 cm).

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A questo punto si lasciano alla luce per qualche ora (circa 4) affinché avvenga il processo di fotosintesi e diventino verdi per la clorofilla.

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Poi si prende quest’esplosione di vita e la si mangia: in insalata, insieme alla quinoa, nelle zuppe, in un pesto, in un panino imbottito… nello yogurt, a manciate… saltati in padella…

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in insalata, conditi con olio e gomasio
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con la “finta parmigiana” per abbatterne l’acidità
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Insieme al pesto di rucola e mandorle tra due fette di pane ai semi oleosi dell’azienda Gli amici del Cerro

Setsubun. Lanciando fagioli al capofamiglia

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Otafuku

 

Oggi era il 3 febbraio (il fatto che manchino pochi minuti alle 24,00 mi fa sentire autorizzata ad usare una certa confusione grammaticale) e in Giappone si festeggiava il Setsubun, l’inizio di primavera secondo il calendario lunare, l’equivalente simbolico del nostro 31 gennaio caratterizzato da riti di purificazione per esorcizzare l’anno appena trascorso e propiziare quello imminente.

La mia conoscenza di questa ricorrenza risale esattamente a 48 ore fa, quando su facebook ho visto un evento organizzato da LAILAC associazione di cultura giapponese a Firenze che ha il grande merito, tra gli altri, di organizzare il bel Festival Giapponese ormai arrivato alla sua XV edizione: la Lailac, su prenotazione, ha preparato un set per due persone comprensivo di sushi misti e di tutto l’occorrente e le spiegazioni necessarie per festeggiare a casa propria il Setsubun. 

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Ma come si celebra questa festa?

Lanciando fagioli di soia! Che come tutti i legumi hanno il potere di assorbire le energie negative e rilasciare quelle positive.

Si dice che in questa data ci sia un buon cambio di energia e che si debba quindi approfittarne: per riuscirci (spiegano alla Lailac) serve l’Ehou-maki ovvero il “Grande maki-sushi della fortuna” che la sera del 3 febbraio appunto va mangiato per intero rivolgendosi – nel caso di quest’anno – verso Ovest-SudOvest (direzione da cui si sa arrivare la fortuna) in silenzio e ad occhi chiusi – per non spaventarla, la fortuna. La festa prevede il rito del Mame maki durante il quale il capofamiglia, dopo aver indossato una maschera demoniaca, viene colpito da una raffica di fagioli al grido di “Oniwa soto! Fukuwa uchi!” – Fuori i demoni! Dentro la fortuna! (questo si può omettere se non ci sono bambini in casa o mattacchioni in vena di scherzi)

Il set preparato dalla Lailac per questa sera era così composto:

  • 9 nigiri sushi (salmone, calamaro, gambero)

  • 12 hosomaki di verdure (cetriolo, tekuan)

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  • 1 ehou maki con le 7 fortune (rotolo grande di sushi con 7 ingredienti associati alla fortuna tra cui la zucca, lo zenzero rosso e i funghi)

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  • 2 bustine per fare la zuppa di miso

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  • bacchette

  • salsa di soia e zenzero

  • istruzioni per il festeggiamento

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  • maschera “Setsubun”

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  • Fagioli di soia per il rituale

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il tutto da ritirare tra le 18,00 e le 20,00 presso la sede dell’associazione. 

Una volta lì, naturalmente, ho preso anche il sake.

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Sperando di aver fatto tutto correttamente abbiamo scacciato i demoni lanciando fagioli di soia tostati fuori da casa al grido di “oniwa soto!” e dopo aver chiuso la porta abbiamo attirato la fortuna lanciando in casa un’altra manciata di fagioli augurando “fukuwa uchi!”. I fagioli a terra sono stati poi raccolti e rigorosamente mangiati durante la cena*. L’impresa più ardua è stata mangiare l’ehou maki con le 7 fortune; decisamente tanto oltre che buono! E speriamo che anche per la fortuna di quest’anno valga la stessa cosa!

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*la consueta correttezza giapponese, oltre ai fagioli di soia per il rito del Mame maki, aveva previsto anche delle arachidi in sostituzione, visto che nelle nostre case si entra con le scarpe e si poteva non aver piacere di mangiare qualcosa raccolto da terra.

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!
Indovina Ghi?!

Il burro ghiarificato! Pardon…chiarificato.

Il ghi (dalla lingua hindī ghī o come anglicismo ghee) è il burro chiarificato usato nella cucina indiana e ayurvedica ma più in generale nei paesi asiatici. Si tratta di un burro privato dell’acqua, della componente proteica e del lattosio; un grasso “puro”, privo di colesterolo e facilmente digeribile. Secondo l’Ayurveda il ghi è un dono prezioso capace di nutrire senza appesantire, ma soprattutto di dare equilibrio ai tre Dosha – o energie vitali: Vata, Pitta, Kapha – che determinano tramite il loro stato di equilibrio o squilibrio lo stato di salute dell’individuo. Lo si può comprare o fare in casa e io, ovviamente, ho scelto la seconda strada. Non vi spiegherò passo per passo come si fa perché la rete è piena di spiegazioni più che esaustive ma, a grandi linee, si tratta di scaldare a fiamma bassa il burro eliminando, via via che affiorano in superficie, le parti solide. È un’operazione lenta che richiede tempo e pazienza il cui esito ripaga ampiamente.

Preparazione del ghi
Preparazione del ghi

In cucina si può utilizzare al posto di tutti gli altri grassi e per qualsiasi uso, a patto che il suo sapore – indescrivibile – vi piaccia. Il fatto che il suo “punto di fumo” sia molto alto lo rende perfetto nelle fritture, migliore di qualunque olio. Si conserva fuori dal frigo e, non irrancidendo, si conserva molto a lungo. Molto, molto a lungo, fino a 100 anni!

Io l’ho preparato la prima volta qualche mese fa dopo che un medico ayurvedico me lo aveva “prescritto” in un ciclo di cure; ma oggi l’ho rifatto per usarlo unicamente in cucina. Iniziano gli esperimenti!

La cosa che più mi interessava era poter usare il ghi nella preparazione di frolla o brisée, che io raramente faccio proprio per la presenza massiccia di burro preferendo ad esempio (per le ricette salate) la pasta al vino (che, ormai si sa, mi ha rubato il cuore).

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Partendo dalla folgorante ricetta di Forchettina giramondo, ho provato la Tarte Tatin di arance preparando la pasta frolla con il ghi al posto del burro, farina di grano tenero semintegrale e usando zucchero di canna grezzo mascovado, che con la presenza di melassa non sempre rende bene nel sostituire gli zuccheri più raffinati nelle ricette. Volendo provare qualche accostamento aromatico con l’arancia, ho cosparso le fette con del rosmarino tritato creando un incontro che è diventato amore.

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!
Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Ebbene, son soddisfatta – anche se la torta l’ho cotta un po’ troppo!

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La mia tartetatin di arance si è scottata!

200gr Farina semintegrale*

100gr Ghi*

70gr zucchero di canna grezzo* (+ 4 cucchiai)

1 uovo intero*

1 pizzico di sale

2-3 arance*

rosmarino q.b

Mischiare l’uovo con lo zucchero, unire poco alla volta la farina e infine il ghi. Impastare velocemente formando una palla che farete riposare in frigo per almeno 30 minuti.

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo
La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

Intanto scaldare il forno a 180° e cospargere il fondo di una tortiera bassa con i 4 cucchiai di zucchero. Adagiarci le fette di arancia (senza buccia) cercando di non lasciare troppi spazi vuoti e cospargerle col rosmarino tritato;

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stendere la pasta in un disco e adagiarlo sopra le arance facendo in modo che aderisca bene alla frutta e rincalzandolo se necessario ai bordi in modo che le fette restino all’interno del disco. Infornare per 30-40 minuti secondo la personalità del vostro forno, il mio si sa, è pazzo e probabilmente 25 sarebbero bastati… sarebbero…

Una volta cotta rovesciatela subito in un piatto togliendo con cura la carta forno. Servire a temperatura ambiente.

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E con un po’ di pasta frolla avanzata ho provato a fare i biscotti…

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…perfetti!

*ingredienti biologici

Ho-oponopono. Desiderio di lentezza nelle vesti del Bianconiglio

Caro Io, (e cari voi). Mi scuso.

Mi dispiace, perdonami, grazie, ti amo. È un periodo faticoso, in cui vedere rosa è difficile e trovare il tempo per parlare (o scrivere) è quasi impossibile. Un periodo di lavoro sodo (bene) in cui tutto si concentra nel medesimo tempo, a corsa, ( male); in cui i soldi comunque non si vedono (peggio) e la qualità della vita va a farsi fottere.

Un periodo di molte cose belle vissute in fretta. Non mi resta che fare un bieco resoconto di tutto ciò che avrei voluto assaporare sotto l’egida della lentezza e che invece si risolve in un insulso riassunto.

Del mio aggiornamento agli “anta” che mi ha trasformata in massaia 4.0

Del mio nuovo essiccatore e dei primi esperimenti

Della zuppetta di polpo in umido con patate

Dell’ingresso nel mondo dei lettori elettronici e del Kobo che non volevo (notare il verbo al passato)

Dei prodotti dell’azienda “Barche in cielo”

Della zuppa di zucca gratinata al forno

Di come questo nostro paese mi faccia sempre più schifo e di come il mondo intero sia in balìa dell’animale più ignobile: l’uomo

Del GHI (burro chiarificato) e del medico ayurvedico

Del fatto che il mio corpo non regge lo stress e di come reagisca sempre nello stesso modo

Della farina di mandorle

Delle persone care che stanno male

Delle guance morbide di Falù

Di quanto sia difficile sbarcare il lunario e di come questo influenzi la vita di coppia

Degli spettacoli belli

Del giorno in cui avrei voluto mettere una bomba ai vigili urbani di Prato

Del grano “all’antica”

Del mio amore

Della ridicola prassi di far arrivare il Natale sempre prima e di come a me già sarebbe sufficiente il periodo 8-25 dicembre

Degli amici.

Degli amici.

Degli amici.

Di tutto questo ho scritto solo nella mia testa ma anche lì, in fretta e male. Abbiate pazienza, e spero di averla anche io. Ho bisogno di tempo e invece son diventata la sorella ansiosa del Bianconiglio.

Pomodori e nasi rossi – di conferenze, clown e cucina

"Clownferenza", l'astronomia spiegata ai bambini

Il 17 e 18 ottobre scorsi si è svolta, c/o l’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, su progetto della psicologa Laura Vagnoli e del reparto di Terapia del dolore, la I Conferenza Internazionale sui clown ospedalieri in pediatria.

Prima conferenza internazionale sui Clown ospedalieri

Al Meyer ci sono i clown di Soccorso Clown o.n.l.u.s, professionisti dello spettacolo al servizio dei bambini e degli anziani in ospedale, e quindi ci sono anche io – che dal 2003 ne faccio parte. 

Essendo i “padroni di casa” è spettato a noi l’onere e l’onore dell’accoglienza e dell’intrattenimento.

con Caroline Simonds dell'associazione francese "Le rire médecin"
con Caroline Simonds dell’associazione francese “Le rire médecin”

C’erano medici e clowns da tutto il mondo ed ha rappresentato un momento di confronto importante tra le varie associazioni operanti non solo con presupposti distanti (professionisti vs volontari) o su territori (Italia-Francia-Stati Uniti-Danimarca-Portogallo etc…) ma talvolta in culture completamente diverse (Israelita, Indiana).

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Tra i medici c’erano principalmente psicologi, a tutt’oggi gli unici, almeno nella mia esperienza, che usano realmente il clown come strumento di terapia. Come ha detto proprio durante il convegno la dott.ssa Farneti, che ha tenuto uno degli interventi a mio avviso più interessanti, la cultura su cosa sia realmente un clown è pressoché nulla – il clown non è colui che fa ridere, il clown è colui che con leggerezza può affrontare tutti gli stati d’animo e le cose della vita, belle e brutte; può far ridere, sorridere, commuovere; può parlare di vita e di morte.

In borghese, con Michael e Vladimir
Con la delegazione clownesca di Israele

Ecco perché forse il clown, figura perennemente fuori luogo, in ospedale non lo è poi così tanto. Ma, sempre per citare la dott.ssa Farneti, diciamoci la verità, i medici non amano i clown. Ci tollerano, ci sorridono e (almeno negli ospedali in cui lavoro io) non ci osteggiano. Ma non ci usano realmente. Il rapporto è invece migliore con gli infermieri, lontano da essere quello ottimale, ma almeno su una strada buona.

Qui siamo con Michael Christensen, ideatore della clown terapia, colui che nel 1995 spedì a Firenze come suo “emissario” il dott. Bobo, il nostro Direttore Artistico Vladimir Olshansky.
Qui siamo con Michael Christensen, ideatore della clown terapia, colui che nel 1995 spedì a Firenze come suo “emissario” il dott. Bobo – ovvero Vladimir Olshansky, il nostro Direttore Artistico .
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In borghese, con Michael e Vladimir
Con la dott.ssa Laura Vagnoli
Con la dott.ssa Laura Vagnoli 

Tra i vari interventi artistici effettuati durante la conferenza, anche un estratto del mio spettacolo “Mon ami chapeau”

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“Mon ami chapeau”, spettacolo di clownerie teatrale di e con Vanessa Crespina

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Sapete come mi sono fatta queste belle guanciotte? Con dei pomodorini; sono pur sempre una massaia! Dovreste vedermi mentre con aria furtiva osservo le confezioni al supermercato per studiare il calibro dei pomodori e di nascosto cerco di toccarli per capirne la consistenza. E dopo averne usati qualcuno per le prove e lo spettacolo? Che fine fanno gli altri pomodori?

Questa volta son finiti in padella come Pomodorini caramellati:

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pomodorini caramellati (visti e presi alla Camorani)

In una padella antiaderente versate un poco d’olio e fate soffriggere dei pomodori ciliegini ben lavati e interi; dopo qualche minuto aggiungete un po’ di zucchero, dell’aceto balsamico e un po’ d’acqua (io ho proceduto ad occhio e assaggio). Dopo averli fatti cuocere qualche minuto a fuoco vivo, abbassate la fiamma e coprite. Se necessario aggiungete un po’ d’acqua. Saranno pronti quando la pelle si presenterà rugosa e inizieranno a spaccarsi.

Passi

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26 ottobre 2014
Oggi, nel mettere un po’ d’ordine, ho buttato le mie prime scarpe da tango (Tango Leike); da tango prima e da sandalo poi, quando ho salito qualche centimetro di tacco. E nell’atto di gettarle non ho potuto fare a meno di ringraziarle. Non era tanto il dispiacere di gettarle quanto di gettarle così, come un oggetto qualsiasi, loro che invece erano testimoni di un grande vissuto, solo in piccola parte tanguero. Per un attimo, solo per un attimo, ho pensato di seppellirle o interrarle in un vaso, per fortuna un attimo non mi è stato sufficiente ad arrivare sul terrazzo.
Però qualcosa ho fatto: ho scritto un biglietto. A loro e forse anche a me.

Ona! Ona! Ona! ma che bella rificolona!

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Ona Ona Ona ma che bella rificolona

la mia l’è co’ fiocchi, la tua l’è co’ pidocchi!

è più bella la mia, di quella della zia…*

Sapete cos’è la festa della Rificolona, che si festeggia a Firenze il 7 settembre? (oltre che la mia festa preferita intendo…)

Così la definisce il “VOHABOLARIO del vernacolo fiorentino e del dialetto toscano di ieri e di oggi” di Stefano Rosi Galli:

La rificolona (pronuncia rifiholona o rifriholona) è una festa tradizionale fiorentina. la sua origine risale a prima dell’800, quando tutti i contadini, la sera del 7 settembre, vigilia della festività religiosa che commemora la natività della Madonna, a cui Firenze è devota, s’incamminavano dalle colline di Vallombrosa e  dell’Impruneta in una lenta marcia verso piazza Santissima Annunziata, sia per rendere omaggio alla Vergine Maria, sia per vendere i loro prodotti sotto il loggiato dello Spedalino degl’Innocenti. Il termine sembra che derivi da “fierùcola”, cioè una fiera di non eccessiva importanza. Mentre la tradizione di portare lanterne di carta, si deve al fatto che la città, fin dal XIII secolo, veniva illuminata soltanto dalle lampade a cera o ad olio poste per lo più agli angoli delle vie. I primi lampioni, prima a olio, poi a gas, e infine elettrici, arrivarono solo nell’800. La sera del 7 settembre i pellegrini si accomodavano sotto i loggiati della piazza e alla luce dei loro lampioncini di carta o tela colorata cantavano le laudi alla Vergine. E da qui è poi nata la tradizionale festa come la conosciamo oggi. Negli anni ’50, questa pittoresca festa fiorentina si svolse anche sull’Arno e precisamente a monte del fiume, nel tratto fra Bellariva e la Pescàia di San Niccolò. I bambini, quando si incamminano verso la festa, sono soliti cantare una tipica filastrocca che tutti conoscono*. San Giovanni Valdarno è l’unico paese della vallata fiorentina che continua a celebrare la festa. Forse per rivendicare, come dice qualcuno, una fiorentinità persa due secoli fa, quando fu stabilito il confine con Arezzo giusto alle porte del paese.

La festa vede i bambini girare per le vie con la loro rificolona di carta, dalle fogge più diverse (sole, luna, casa, lanterna, animali ecc…) appesa alla canna e illuminata dalla candela che sta all’interno. Altri bambini fanno a gara a bucarle con cerbottana e pirulini (prima) o palline di stucco (oggi), infuocandole.

Il Pirulino è un piccolo cono di carta fatto a mano, finissimo e appuntito, usato come proiettile della cerbottana.

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E’ una festa magica.

IL TAGLIE.RE

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Adoro gli utensili in legno, e il tagliere è il loro Re. Sogno di cucine sconfinate in cui troneggi Lui, grande, pesante e che sa di olivo.

E invece ho un cucinotto e i taglieri dell’ikea (che San Francesco Caracciolo mi perdoni). Almeno fino a pochi giorni fa quando, nel mio cucinotto, è arrivato i’ principino. Omaggio inaspettato giunto a cavallo della cortesia.

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Un tagliere dell’Antica Macelleria Falorni, di quelli usati per servire in tavola; così, per sognare la loro tartare di vitellone alla “sbriciolona” e fichi secchi – e dico sognare perché oggi è il mercoledì-veg!

L’ho trattato come si confà, ovvero con olio di semi (bio naturalmente) passandolo su tutta la superficie due volte a distanza di un giorno, procedimento che, a quanto ho appreso nel documentarmi un po’, è buona regola fare 2 volte l’anno.

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Ci sono vari tipi di olio che si possono usare: naturalmente l’olio di oliva ma alcuni sostengono che irrancidisca e che quindi sia meglio procedere con un olio di semi (lino, girasole…); oppure l’olio di vaselina enologico/farmaceutico. A questo link trovate consigli semplici per una pulizia regolare e curata degli utensili in legno.

L’alba e la luna

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Ed eccomi qui. Mi pensavate dispersa.
Ma ero solo assente, rapita dal verso.
Poetico. Questo momento in cui mi affaccio
alla rete e dico che fuori ho vissuto
la bellezza del regalo e del lavoro.

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Al laboratorio “VoloInVerso”, condotto da Ciro Masella, al festival teatrale COLLINAREA a Lari (Pi) e alla performance conclusiva “inarea, il volo”. Ancora mi dicono nella testa, Leopardi e Garcia Lorca. Ancora mi cantano. Mentre voglio la luna e mi defilo.
(o, quasi quasi, mi depilo)

 

E per una buonanotte che sa di alba: crema di yogurt, miele d’acacia e sesamo tostato. Dolci sogni.

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Il “mercoledì veg”: basta un giorno per migliorare il mondo

 

La bietola tricolor dell'Azienda Agricola l'Acero
La bietola tricolor dell’Azienda Agricola l’Acero

Conoscete l’iniziativa che la Lega Anti Vivisezione (LAV) ha promosso nel 2012 per dare alla nostra alimentazione una svolta sostenibile e salutare? Si chiama “mercoledì veg” e consiste nell’impegno di non usare cibi di derivazione animale per un giorno la settimana, il mercoledì.

Solo questo gesto può garantire a noi – come individui – un miglioramento della salute fisica e un certo risparmio economico (la carne e il pesce costano certamente di più rispetto alla verdura e ai legumi) e, in una scala molto più ampia, un abbassamento considerevole dell’impatto ambientale. Iniziative analoghe sono presenti in varie parti del mondo ma in veg-days differenti.

Io ne sono venuta a conoscenza solo pochi giorni fa e da subito mi è sembrata il mattoncino lego che mancava a sostegno della mia coscienza, nella personalissima querelle tra la mia anima onnivora e quella attenta alla salute e all’ambiente. Nel senso che: vorrei ma anche no. Ma per un giorno la settimana, anche si.

Non mi addentrerò in questioni di salute o strettamente etiche perché sono faccende talmente personali che non mi sento di dare consigli (sapete ormai che, in generale, la penso così); l’ambiente però è affare comune e la sinergia sarebbe d’uòpo: produrre alimenti vegetali è più ecologico di quanto lo sia la produzione di carne, uova, formaggi: lo dimostrano studi internazionali sul consumo di acqua e di foreste, sull’inquinamento atmosferico e il riscaldamento globale. Nell’informarmi su questa iniziativa ho letto un po’ di numeri da capogiro, ve ne riporto qualcuno per farvi girare un po’ la testa (ma non “voltare” la faccia):

  • produrre 1 etto di salumi ha un’impronta ambientale di oltre 10 kg di Co2 (quelli che produce un’utilitaria in un tragitto di 90 km)…1 etto!

  • ogni hamburger comporta la distruzione di 5 mq di foreste.

  • basta sostituire 1 kg di carne a settimana con prodotti vegetali per risparmiare 15500 litri di acqua

Ma il più importante è questo:

se tutta la popolazione italiana adulta adottasse un’alimentazione vegana per un solo giorno la settimana, il risparmio in termini di emissioni di Co2 equivarrebbe a miliardi di km in meno percorsi in automobile, e a miliardi di litri di acqua risparmiati. Una sola persona per un anno, risparmierebbe l’equivalente del consumo di una lampadina accesa ininterrottamente per 277 gg”. (da prontoconsumatore).

Davvero, una volta la settimana mi sembra un impegno che posso prendere; in fin dei conti, mi capita spesso di mangiare vegetariano o vegano senza averlo programmato. Oggigiorno il problema della reperibilità delle ricette è inesistente e anche quello della reperibilità di alcuni prodotti in sostituzione di quelli animali. Se però avete dei dubbi vi segnalo il sito cambiamenù e la pagina fb mercoledì veg.

In questo mio primo mercoledì veg ho cucinato un cous cous integrale con verdure, ceci, pinoli tostati e menta…

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Cosa cucinerò nelle prossime settimane? Tranquilli, vi tengo aggiornati!

 

INSTA PHOTO SHOW

Instaphotoshow

 

 

Siete utenti instagram?

Se lo siete o volete diventarlo, se vi piace fotografare il cibo per condividere ciò che cucinate o qualcosa di buono che vi hanno appena servito al ristorante

allora potete partecipare al challenge Insta Photo Show condividendo e usando gli hashtag della portata della settimana che trovate sul sito insieme al regolamento completo.

Ogni settimana, dal 9 giugno al 13 luglio un tema culinario diverso.

Si vincono buoni sconto Mediaworld e le cornici ecologiche Tonki (a cui io punto perché mi piacciono tanto!)

In bocca al lupo!

p.s. Se vi va di seguirmi su instagram, io sono kukisia.

 

 

 

Riporto di seguito il comunicato stampa

 

I 250 migliori scatti saranno esposti a Lucca nel mese di settembre

INSTAPHOTOSHOW 2014: UNA SFIDA FOTOGRAFICA A COLPI DI…CIBO

La cucina come forma artistica. Dal 9 giugno al 13 luglio basta un click con il proprio smartphone o tablet per partecipare al “challenge” su Instagram e ricevere buoni omaggio

E’ dedicata al cibo la seconda edizione di “Instaphotoshow”, la sfida fotografica ideata a Lucca e aperta liberamente a tutti, che promuove la creatività e l’uso “social” di internet. Dal 9 giugno al 13 luglio sarà sufficiente condividere tramite la popolare applicazione “Instagram” gli scatti realizzati con il proprio smartphone o tablet sui 5 temi relativi al mondo della cucina e del gusto, che saranno svelati di settimana in settimana sul sito ufficiale wwwHYPERLINK “http://www.instaphotoshow.com/”.HYPERLINK “http://www.instaphotoshow.com/”instaphotoshowHYPERLINK “http://www.instaphotoshow.com/”.HYPERLINK “http://www.instaphotoshow.com/”com, per avere la possibilità di ricevere in omaggio buoni acquisto Mediaworld fino a 150 euro di valore e cornici ecologiche Tonki.

Dopo il successo dello scorso anno con la partecipazione di oltre 2200 fotografie, la sfida “Instaphotoshow 2014”, organizzata dall’associazione no-profit S.I.P.S.I. (Società Italiana dei Professionisti delle Scienze dell’Informazione) in collaborazione con lo Studio Wasabie laCooperativa Linketto, si rilancia mettendo al centro una delle tematiche più in voga nel web negli ultimi mesi: il cibo. Cibo che non solo deve essere inteso come nutrimento, ma anche come ricerca del benessere, forma artistica o di valorizzazione delle tradizioni locali e delle sue genti.

E’ tenendo in considerazione questi aspetti, nonché la tecnica di scatto e l’originalità, che un apposito gruppo di esperti selezionerà le foto più belle che riceveranno gli omaggi messi a disposizione dagli sponsor. Per ciascuno dei cinque temi settimanali saranno individuati tre autori più bravi. Al primo andrà un buono Mediaworld da 150 euro e una cornice Tonki, al secondo un buono Mediaworld da 50 euro e la cornice Tonki, al terzo una cornice Tonki.

La sfida coniuga inoltre il web con il territorio. Le migliori 250 foto selezionate saranno stampate ed esposte al pubblico per la “Instaphotoshow – Exibition 2014”, che si svolgerà nel mese di settembre a Lucca. Lo scorso anno furono 8 mila i visitatori della mostra allestita nei locali del museo Must di Lucca, mentre in concomitanza con l’inaugurazione venne organizzato un tour fotografico alla scoperta della città, a cui presero parte persone provenienti da tutta la Toscana e non solo.

A “Instaphotoshow 2014” può partecipare liberamente chiunque. E’ sufficiente essere residenti, domiciliati oppure contattabili in Italia. Non c’è limite al numero di foto condivise – e quindi inviate – per la sfida. L’importante è che siano rispettati il regolamento e i temi settimanali sotto forma dei cosiddetti “hashtag”, che saranno pubblicati a partire da lunedì 9 giugno. Gli autori selezionati saranno ricontattati a inizio settembre.

 

 

 

Il caos che ho dentro e le strategie per arginarlo

 

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Oggi vi aprirò il cuore, il cuore del mio armadio. E credetemi se vi dico che è una parte estremamente personale perché in esso sono racchiuse alcune delle mie più profonde debolezze.

Quando comprai questa casa, l’architetto che l’aveva ristrutturata e di cui non finirò mai di dire male per tutta una serie di motivi che non sto a spiegare adesso, aveva previsto lo spazio per un armadio normale. Uno di quelli che per due persone “normali”, forse stringendosi un po’, sarebbe stato sufficiente ad ospitare abiti e biancheria per la casa. Ma in questo appartamento una delle due persone che lo abitano, tanto normale non lo è – almeno per due motivi:

  1. la professione: fare l’attrice, il clown e il clown-ospedaliero prevede costumi, càmici, oggetti, cappelli, scarpe – di ogni epoca, colore e tessuto.

  2. la fissazione: per i vestiti e la propria immagine.

    Questa fissazione è in parte una deformazione di famiglia: tra me, mia mamma e mia sorella la differenza in questa passione sta nei gusti (e neanche troppo) e, in certa misura, nella disponibilità economica o nella tendenza a fregarsene, di questa disponibilità; per il resto, dateci un negozio o una bancarella e riusciremo a trovare qualcosa da comprare anche se gli articoli fossero destinati a laboratori chimici (vuoi mettere il fascino delle ampolline???!!!) o alla cardiochirurgia (una valvola a farfalla ha sempre un suo fascino).

    Ciò che non può la tendenza genetica lo fa l’insicurezza – non vi dico le ore passate davanti allo specchio provando tutto il possibile…ore che aumentano esponenzialmente in fase di sindrome premestruale.

Insomma, addio al progetto del negligente architetto e benvenuto al mio, realizzato grazie alle mani d’oro del mio babbo elettivo Giorgio grazie al quale ho un armadio a tutta parete, alto fino al soffitto capace di contenere i miei vestiti e quelli di mio marito, anche se in percentuale assai differente. Anche la biancheria per la casa? No, quella sta nel vano contenitore del letto. Anche tutti i costumi di scena? No, la maggior parte sta in cantina.

Ma perché, vi chiederete, racconto queste cose? Perché questo è periodo di cambio stagionale degli armadi, pratica che mette a dura prova i miei nervi e quelli di tante massaie, soprattutto quelle contemporanee che troppo spesso, in questo mondo in cui tutto passa attraverso l’immagine sono, loro malgrado, affette dal morbo dell’acquisto compulsivo.

Per quanto mi riguarda la cosa più snervante è il caos che a fine stagione regna tra grucce e scaffali, potete vederne un esempio qui sotto

Il Big Bang
Il Big Bang

no, non ci sono stati feriti.

Comunque, armata di pazienza, di solito ne vengo a capo e riesco a riportare tutto a questo grado di ordine

La quiete dopo la tempesta
La quiete dopo la tempesta

che durerà circa un mese e mezzo per poi iniziare il suo cammino lento ma inesorabile verso il big bang.

Nel rimettere a posto faccio pulizia, eliminando cose vecchie e acquisti sbagliati che spesso, messi nei sacchi per poi essere ceduti a chi può farne buon uso e a varie amiche, acquistano più o meno questa dimensione

Lo smaltimento
Lo smaltimento

Si, potete dirlo che sono pazza! (soprattutto se considerate che questa è solo una parte di quello che ho dato via).

In anni di accumulo e smaltimento ho potuto desumere alcuni punti fermi:

  1. non serve a niente sapere di essere molto brava a scovare cose belle (per il mio gusto naturalmente) rimanendo dentro un badget alla mia portata, perché quando i sacchi di cose da dare via sono così tanti, è inevitabile pensare a quanti soldi ho gettato.

  2. Per quanti buoni propositi io faccia, la stagione entrante mi vedrà nuovamente accumulare e dare via.

  3. dopo aver buttato o dato via qualcosa arriverà sempre il momento in cui mi maledirò per averlo fatto, perché tornerà sempre un’occasione in cui proprio “quello” sarebbe stato perfetto.

Strategie per arginare questi problemi? Ne ho. Funzionano? Quasi mai, ma non per colpa loro.

Vediamole:

  • Evitare accuratamente di avere tempo libero (soprattutto la mattina) per andare a giro tra bancarelle e mercatini – e per una “precaria” come me…

  • Fare un fioretto, una sorta di patto con se stessi mettendo in gioco una posta a cui tenete molto in modo da avere un valido motivo per frenarvi (il trucco sta nel procedere per periodi brevi e con obiettivi precisi: non ditevi genericamente non comprerò niente di superfluo per un anno, non funziona)

  • Non buttate le cose della stagione appena finita, aspettate che ritorni: mettete via le cose invernali e fate ripulisti tra le cose della stagione entrante; solo così avrete (quasi) la certezza di dare via ciò realmente non volete più; un maglione può esservi venuto a noia perché lo avete portato tutto l’inverno e pur credendo di non volerlo mettere più, l’inverno successivo lo rivorrete. Aspettare almeno tre cambi stagionali prima di gettare per noia.

Da quest’anno però a questi punti strategici ne aggiungo un altro – da terapia d’urto – ovvero guardare questo video dal minuto 15 circa. Si tratta di un servizio su un uomo meraviglioso, guardatelo, vi innamorerete di Raphael come è successo a me.

Quanto durerà quest’innamoramento? Temo fino a martedì prossimo, giorno di mercato alle Cascine.

Con rassegnazione,

la vostra massaia compulsiva.