Antidoto di un lunedì di giugno

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È lunedì pomeriggio. È la fine di giugno. È caldo. È il momento in cui, ripensando al fine settimana appena trascorso, già si sogna quello a venire. E viene voglia di strappare le pagine del calendario che separano il primo giorno della settimana – quello in cui lo stress da ripresa ci rende lunatici – dal venerdì, il giorno della vendetta.

Adesso prendete il martedì o il mercoledì che avete strappato (andrà bene anche il giovedì se preferite) e appuntatevi queste coordinate

latitudine 43.6740769

longitudine 11.087561999999934

ovvero Via Trucione, 41, 50025 Montespertoli FI, Italia

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poi prendete il telefono, componete il numero 335 6683147 e prenotate un tavolo all’Agriturismo Borgostella per il fine settimana (venerdì? Sabato? Domenica? Venerdì, sabato e domenica?)

 

Cominciate quindi a visualizzare vigneti in pendenza, tramonti toscani sulle colline del Chianti (per chi non ne avesse mai consumato uno consiglio di rimediare quanto prima e con occhi avidi) e sorsi di birra artigianale come se un domani ci fosse e lo si volesse vivere parecchio bene. Questo sarà il pensiero che vi salverà in questa settimana che il meteo annuncia torrida.

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Potrete accompagnare la Birragricola ad una pizza buonissima ed estremamente digeribile cotta nel forno a legna a cui probabilmente verso le 23, se sarete ancora lì, vi accosterete per scaldarvi perché l’aria intanto si sarà fatta fresca.

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Una pizza fatta con ingredienti di qualità e di stagione, un luogo semplice ma pieno di cultura, la cultura delle tradizioni, del recupero della tradizione e della sostenibilità.

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Setsubun. Lanciando fagioli al capofamiglia

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Otafuku

 

Oggi era il 3 febbraio (il fatto che manchino pochi minuti alle 24,00 mi fa sentire autorizzata ad usare una certa confusione grammaticale) e in Giappone si festeggiava il Setsubun, l’inizio di primavera secondo il calendario lunare, l’equivalente simbolico del nostro 31 gennaio caratterizzato da riti di purificazione per esorcizzare l’anno appena trascorso e propiziare quello imminente.

La mia conoscenza di questa ricorrenza risale esattamente a 48 ore fa, quando su facebook ho visto un evento organizzato da LAILAC associazione di cultura giapponese a Firenze che ha il grande merito, tra gli altri, di organizzare il bel Festival Giapponese ormai arrivato alla sua XV edizione: la Lailac, su prenotazione, ha preparato un set per due persone comprensivo di sushi misti e di tutto l’occorrente e le spiegazioni necessarie per festeggiare a casa propria il Setsubun. 

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Ma come si celebra questa festa?

Lanciando fagioli di soia! Che come tutti i legumi hanno il potere di assorbire le energie negative e rilasciare quelle positive.

Si dice che in questa data ci sia un buon cambio di energia e che si debba quindi approfittarne: per riuscirci (spiegano alla Lailac) serve l’Ehou-maki ovvero il “Grande maki-sushi della fortuna” che la sera del 3 febbraio appunto va mangiato per intero rivolgendosi – nel caso di quest’anno – verso Ovest-SudOvest (direzione da cui si sa arrivare la fortuna) in silenzio e ad occhi chiusi – per non spaventarla, la fortuna. La festa prevede il rito del Mame maki durante il quale il capofamiglia, dopo aver indossato una maschera demoniaca, viene colpito da una raffica di fagioli al grido di “Oniwa soto! Fukuwa uchi!” – Fuori i demoni! Dentro la fortuna! (questo si può omettere se non ci sono bambini in casa o mattacchioni in vena di scherzi)

Il set preparato dalla Lailac per questa sera era così composto:

  • 9 nigiri sushi (salmone, calamaro, gambero)

  • 12 hosomaki di verdure (cetriolo, tekuan)

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  • 1 ehou maki con le 7 fortune (rotolo grande di sushi con 7 ingredienti associati alla fortuna tra cui la zucca, lo zenzero rosso e i funghi)

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  • 2 bustine per fare la zuppa di miso

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  • bacchette

  • salsa di soia e zenzero

  • istruzioni per il festeggiamento

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  • maschera “Setsubun”

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  • Fagioli di soia per il rituale

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il tutto da ritirare tra le 18,00 e le 20,00 presso la sede dell’associazione. 

Una volta lì, naturalmente, ho preso anche il sake.

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Sperando di aver fatto tutto correttamente abbiamo scacciato i demoni lanciando fagioli di soia tostati fuori da casa al grido di “oniwa soto!” e dopo aver chiuso la porta abbiamo attirato la fortuna lanciando in casa un’altra manciata di fagioli augurando “fukuwa uchi!”. I fagioli a terra sono stati poi raccolti e rigorosamente mangiati durante la cena*. L’impresa più ardua è stata mangiare l’ehou maki con le 7 fortune; decisamente tanto oltre che buono! E speriamo che anche per la fortuna di quest’anno valga la stessa cosa!

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*la consueta correttezza giapponese, oltre ai fagioli di soia per il rito del Mame maki, aveva previsto anche delle arachidi in sostituzione, visto che nelle nostre case si entra con le scarpe e si poteva non aver piacere di mangiare qualcosa raccolto da terra.

Pomodori e nasi rossi – di conferenze, clown e cucina

"Clownferenza", l'astronomia spiegata ai bambini

Il 17 e 18 ottobre scorsi si è svolta, c/o l’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, su progetto della psicologa Laura Vagnoli e del reparto di Terapia del dolore, la I Conferenza Internazionale sui clown ospedalieri in pediatria.

Prima conferenza internazionale sui Clown ospedalieri

Al Meyer ci sono i clown di Soccorso Clown o.n.l.u.s, professionisti dello spettacolo al servizio dei bambini e degli anziani in ospedale, e quindi ci sono anche io – che dal 2003 ne faccio parte. 

Essendo i “padroni di casa” è spettato a noi l’onere e l’onore dell’accoglienza e dell’intrattenimento.

con Caroline Simonds dell'associazione francese "Le rire médecin"
con Caroline Simonds dell’associazione francese “Le rire médecin”

C’erano medici e clowns da tutto il mondo ed ha rappresentato un momento di confronto importante tra le varie associazioni operanti non solo con presupposti distanti (professionisti vs volontari) o su territori (Italia-Francia-Stati Uniti-Danimarca-Portogallo etc…) ma talvolta in culture completamente diverse (Israelita, Indiana).

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Tra i medici c’erano principalmente psicologi, a tutt’oggi gli unici, almeno nella mia esperienza, che usano realmente il clown come strumento di terapia. Come ha detto proprio durante il convegno la dott.ssa Farneti, che ha tenuto uno degli interventi a mio avviso più interessanti, la cultura su cosa sia realmente un clown è pressoché nulla – il clown non è colui che fa ridere, il clown è colui che con leggerezza può affrontare tutti gli stati d’animo e le cose della vita, belle e brutte; può far ridere, sorridere, commuovere; può parlare di vita e di morte.

In borghese, con Michael e Vladimir
Con la delegazione clownesca di Israele

Ecco perché forse il clown, figura perennemente fuori luogo, in ospedale non lo è poi così tanto. Ma, sempre per citare la dott.ssa Farneti, diciamoci la verità, i medici non amano i clown. Ci tollerano, ci sorridono e (almeno negli ospedali in cui lavoro io) non ci osteggiano. Ma non ci usano realmente. Il rapporto è invece migliore con gli infermieri, lontano da essere quello ottimale, ma almeno su una strada buona.

Qui siamo con Michael Christensen, ideatore della clown terapia, colui che nel 1995 spedì a Firenze come suo “emissario” il dott. Bobo, il nostro Direttore Artistico Vladimir Olshansky.
Qui siamo con Michael Christensen, ideatore della clown terapia, colui che nel 1995 spedì a Firenze come suo “emissario” il dott. Bobo – ovvero Vladimir Olshansky, il nostro Direttore Artistico .
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In borghese, con Michael e Vladimir
Con la dott.ssa Laura Vagnoli
Con la dott.ssa Laura Vagnoli 

Tra i vari interventi artistici effettuati durante la conferenza, anche un estratto del mio spettacolo “Mon ami chapeau”

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“Mon ami chapeau”, spettacolo di clownerie teatrale di e con Vanessa Crespina

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Sapete come mi sono fatta queste belle guanciotte? Con dei pomodorini; sono pur sempre una massaia! Dovreste vedermi mentre con aria furtiva osservo le confezioni al supermercato per studiare il calibro dei pomodori e di nascosto cerco di toccarli per capirne la consistenza. E dopo averne usati qualcuno per le prove e lo spettacolo? Che fine fanno gli altri pomodori?

Questa volta son finiti in padella come Pomodorini caramellati:

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pomodorini caramellati (visti e presi alla Camorani)

In una padella antiaderente versate un poco d’olio e fate soffriggere dei pomodori ciliegini ben lavati e interi; dopo qualche minuto aggiungete un po’ di zucchero, dell’aceto balsamico e un po’ d’acqua (io ho proceduto ad occhio e assaggio). Dopo averli fatti cuocere qualche minuto a fuoco vivo, abbassate la fiamma e coprite. Se necessario aggiungete un po’ d’acqua. Saranno pronti quando la pelle si presenterà rugosa e inizieranno a spaccarsi.

Circumnavigando la tiella (TIELLE SETOISE)

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Conoscete il cantautore francese Georges Brassens? Considerato un grande maestro della canzone d’autore è stato poeta, attore e scrittore di Sète – nel sud della Francia – morto all’età di 60 anni, nel 1981. Se non direttamente forse lo conoscete tramite Fabrizio De André che ne tradusse una canzone in “il gorilla” (le gorille).

A Sète c’è un bel museo dedicato all’autore di alcune delle più belle, ironiche e dissacranti canzoni che abbia ascoltato e sicuramente andarci vale la pena. Non solo per la chanson francaise perché la cittadina portuale, patria anche di Paul Valérie, si trova in una zona bellissima della Francia, l’Hérault nella Languedoc-Roussillon, in mezzo allo stagno di Thau famoso per l’allevamento dei frutti di mare, accanto a Frontignan patria del vino Muscat, sulla strada per le saline della Camargue. Fate una visita al MIAM (il museo internazionale dell’arte “modesta”) e poi recatevi in rue Gambetta, dove potrete trovare la fromagérie “Lou Pastrou” (“il pastore”, in lingua occitana) dalla quale sono stata portata via a forza dopo aver abbracciato e baciato la grande boîte del burro. Se ci andate in agosto, durante la festa di Saint Louis potrete assistere alla giostra che si tiene sui canali, che mostra due avversari posizionati sulla prora di altrettante imbarcazioni e armati di lancia e scudo in legno che si assaltano per far cadere in acqua l’avversario. Potrete stare seduti sulle gradinate posizionate all’uopo lungo il canale e assistere alla gara mangiando una tiella.

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La “Tielle sétoise”, la tiella di Sète, è una torta salata a base di polpo o piccole seppie in umido che i marinai si portavano in barca quando uscivano a pesca. Sembra che la ricetta sia nata grazie all’idea di un italiano (me lo ha detto un francese…di larghe vedute) che negli anni ’30 del secolo scorso (…silenzio…ho quasi 40 anni…) la pensò per poter sfruttare quei polpi che, in qualche modo sciupati nell’aspetto, non potevano essere venduti.

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Quando l’ho assaggiata la prima volta non credevo al mio palato e sinceramente non so più quante ne ho mangiate. Mi sono portata a casa una cartolina che riportava la ricetta. Naturalmente sommaria, ho poi scoperto. E sono seguiti vari tentativi culinari dai risultati altalenanti. Quello che non mi soddisfa mai è la pasta, sempre troppo lontana dal mio ricordo; forse idealizzato, come succede per gli amori fugaci. L’ultima versione però è risultata davvero buona; tanto da perdonare alla pasta il suo non essere il mio primo amore e riconoscerla per quello che è, come si fa con un amore vero.

Les amoureux des bancs publics

La tiella può essere preparata sia con la pasta di pane che con la pasta al vino. Io che con le paste a lievitazione sono una frana, ho optato per la seconda versione; interessante anche perché diversa rispetto alla pasta al vino che preparo spesso e più simile alla pasta brisée.

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Per la pasta:

Farina 250 gr

Olio e.v.o 4 cucchiai

Vino bianco secco 50ml

1 uovo

un pizzico di sale

(queste sono le dosi che ho usato l’ultima volta ma secondo me possono essere aumentate un po’ – 300 gr di farina? – per rendere più spesso lo strato di pasta e dare una consistenza più sostanziosa al morso)

Per il ripieno:

Polpo 500-700gr (o delle seppioline o un misto dei due)

Pomodori pelati, 1 barattolo

1 cipolla dorata

1 spicchio d’aglio

Zafferano, qualche pistillo di

Peperoncino (facoltativo)

Concentrato di pomodoro

Sale q.b.

Olio e.v.o qb

Per cuocere il polpo mettetelo in una grossa pentola piena d’acqua con un po’ di aceto e qualche tappo di sughero. Accendete il fuoco e fate cuocere 30 minuti da quando l’acqua stacca il bollore. Lasciare intiepidire nell’acqua di cottura quindi tagliarlo a pezzetti abbastanza piccoli.

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Tritate aglio, cipolla ( e un po’ di peperoncino se vi piace) e fateli rosolare in padella; aggiungete il pomodoro, e salate. Fate insaporire per qualche minuto quindi aggiungete 1 cucchiaino di concentrato di pomodoro, qualche pistillo di zafferano e infine il polpo. Fate cuocere il tutto a fuoco moderato per 20-25 minuti. Una volta terminata la cottura del polpo fatelo raffreddare bene. Intanto preparate la pasta sbattendo in una ciotola l’uovo con l’olio, il vino e un pizzico di sale; aggiungete la farina e lavorate la pasta fino a renderla omogenea; dividetela in due porzioni, una delle quali un po’ più grande (1/3 e 2/3). Prendete quest’ultima e stendetela a disco su un foglio di carta forno che poi adagierete in uno stampo a cerniera o in una pirofila tonda dal bordo abbastanza alto. Versateci il polpo in umido e copritelo con l’altro disco di pasta che intanto avrete steso, facendo attenzione a sigillare bene i bordi. Spennellate la superficie con un po’ di latte e mettete in forno caldo a 180° per 25-30 minuti.

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L’ho servita accompagnata da un’insalatina di sedano, olive taggiasche e capperi tritati.

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Et voici mon naviguer entre les souvenirs…

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Ona! Ona! Ona! ma che bella rificolona!

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Ona Ona Ona ma che bella rificolona

la mia l’è co’ fiocchi, la tua l’è co’ pidocchi!

è più bella la mia, di quella della zia…*

Sapete cos’è la festa della Rificolona, che si festeggia a Firenze il 7 settembre? (oltre che la mia festa preferita intendo…)

Così la definisce il “VOHABOLARIO del vernacolo fiorentino e del dialetto toscano di ieri e di oggi” di Stefano Rosi Galli:

La rificolona (pronuncia rifiholona o rifriholona) è una festa tradizionale fiorentina. la sua origine risale a prima dell’800, quando tutti i contadini, la sera del 7 settembre, vigilia della festività religiosa che commemora la natività della Madonna, a cui Firenze è devota, s’incamminavano dalle colline di Vallombrosa e  dell’Impruneta in una lenta marcia verso piazza Santissima Annunziata, sia per rendere omaggio alla Vergine Maria, sia per vendere i loro prodotti sotto il loggiato dello Spedalino degl’Innocenti. Il termine sembra che derivi da “fierùcola”, cioè una fiera di non eccessiva importanza. Mentre la tradizione di portare lanterne di carta, si deve al fatto che la città, fin dal XIII secolo, veniva illuminata soltanto dalle lampade a cera o ad olio poste per lo più agli angoli delle vie. I primi lampioni, prima a olio, poi a gas, e infine elettrici, arrivarono solo nell’800. La sera del 7 settembre i pellegrini si accomodavano sotto i loggiati della piazza e alla luce dei loro lampioncini di carta o tela colorata cantavano le laudi alla Vergine. E da qui è poi nata la tradizionale festa come la conosciamo oggi. Negli anni ’50, questa pittoresca festa fiorentina si svolse anche sull’Arno e precisamente a monte del fiume, nel tratto fra Bellariva e la Pescàia di San Niccolò. I bambini, quando si incamminano verso la festa, sono soliti cantare una tipica filastrocca che tutti conoscono*. San Giovanni Valdarno è l’unico paese della vallata fiorentina che continua a celebrare la festa. Forse per rivendicare, come dice qualcuno, una fiorentinità persa due secoli fa, quando fu stabilito il confine con Arezzo giusto alle porte del paese.

La festa vede i bambini girare per le vie con la loro rificolona di carta, dalle fogge più diverse (sole, luna, casa, lanterna, animali ecc…) appesa alla canna e illuminata dalla candela che sta all’interno. Altri bambini fanno a gara a bucarle con cerbottana e pirulini (prima) o palline di stucco (oggi), infuocandole.

Il Pirulino è un piccolo cono di carta fatto a mano, finissimo e appuntito, usato come proiettile della cerbottana.

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E’ una festa magica.

Torta Frida – Viva la vida!

La torta Frida
La torta Frida

Arte, Passione politica, Amore, Dolore, Messico. Frida Kahlo.

Frida Kahlo in una foto di N. Muray a New York nel 1939
Frida Kahlo in una foto di N. Muray a New York nel 1939

Qualche giorno fa sono stata a Roma a vedere la mostra dedicata alla pittrice messicana; due giorni al femminile – impronta familiare indelebile – con mia mamma, mia sorella e mia nipote, per calarsi nell’opera di una donna che nonostante la sofferenza ha proseguito il cammino (come mia mamma), che ha amato includendo tutto, anche le contraddizioni e i superamenti di sé stessi e l’indicibile (come mia sorella), che ha trovato nell’arte la sua voce (come me) e che ha sempre rinnovato lo slancio per amare la vita: nel suo ultimo dipinto, otto giorni prima di morire, scrive su una fetta di cocomero “viva la vida” – anche con tutte le sue schifezze, i dolori fisici e dell’anima, lei lo scrive (Viva la vida Adele, e che ti mandi le cose migliori). Già questo è sufficiente a renderla un’eroina, un’icona quale è stata (infatti, la prima donna latinoamericana ritratta su un francobollo U.S.A nel 2001) senza contare l’impegno civile e politico e la forza delle sue opere.**

Francobollo statunitense
Francobollo statunitense

Quando un’idea ti frulla in testa, spesso la sua essenza si manifesta in quello che fai, e se stai pensando a quale dolce preparare per cari amici che vengono a cena è inevitabile che, eccitata per la trasferta romana, io abbia sfornato un dolce che era un po’ Frida, che era un po’ donna al profumo di Messico: una crostata di ricotta al cocco con marmellata di limes.

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Ho tribolato non poco perché insicura dell’accostamento cocco-lime ma visto che anche “La grammatica dei sapori” mi dava ragione, perché non tentare?

Lime&Cocco: unito alla sonnolenza tropicale del cocco, il lime è il pungolo per alzarsi dall’amaca e fare esercizio. Una glassa al lime su un dolce al cocco richiede un’intensità eccezionale per allontanare la dolcezza pesante. Una grattugiata di cocco fresco e qualche goccia di succo di lime renderanno più ricco e dolce un ananas, come fanno con il pesce, cotto o crudo. In India, striscioline di cocco fresco sono mescolate con succo di lime, aglio schiacciato e peperoncini piccanti, per servirli con il curry.

(N. Signit, La grammatica dei sapori, p. 301, Gribaudo editore. Ne parlo qui)

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Così, pensando ad un burroso cocco sdraiato su un’amaca avvolto nell’odore fresco del lime di un margarita, ho rammentato i colori accesi di Mèrida (MX) e le infinite tonalità di verde e di blu dello Yucatàn tutto, e ho cucinato uno dei dolci meglio riusciti (a me) dai tempi del surrealismo: ma invece di avere “la magica sorpresa di incontrare un leone in un armadio, dove si è certi di incontrare camicie” (cit. F. Kahlo a proposito di Surrealismo), si trova un gusto fresco e delicato dove si pensava di trovare il peso di un’eccessiva dolcezza.

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Merito è anche di Maghetta Streghetta nel suo Gikitchen: mi ha servito su un piatto d’argento la pasta frolla perfetta per questa crostata, essendo sì poco dolce. Ho seguito la sua ricetta apportando qualche piccola modifica.

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Ingredienti

Frolla:

Zucchero bianco 80gr

Farina di kamut (il Farnetino)* 300gr

Burro* 150gr (piuttosto freddo e a pezzetti)

1 uovo + 1 tuorlo*

Scorza grattugiata di 1 lime

1 pizzico di sale*

Ripieno:

Ricotta vaccina* – MUUU!!! – 500gr

Granella (farina) di cocco 100gr

Zucchero grezzo di canna* 20gr

1 uovo*

Copertura:

succo di 1 lime (tipo quello di cui avete usato la buccia?!!!)

1 lime intero

1 cucchiaio di zucchero di canna grezzo*

Acqua q.b.

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Per quanto riguarda la pasta: unire uova e zucchero emulsionandole bene. Nella farina (col sale) aggiungere il burro e procedere pizzicando, quindi grattugiare la scorza del lime e aggiungere infine il composto liquido procedendo a impastare (il minimo indispensabile) per avere una pasta omogenea. Formare una palla, ricoprirla con pellicola e lasciarla in frigo 40 minuti circa.

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Intanto accendere il forno e procedere al ripieno mischiando tutti gli ingredienti fino ad ottenere una crema. Trascorso il tempo, stendere la pasta in una teglia o pirofila con carta forno o burro e versarvi il composto di ricotta: infornare a 180° per almeno 30 minuti. Procedere con la marmellata facendo bollire in un pentolino il lime tagliato molto sottile col succo dell’altro lime e lo zucchero. Se necessario aggiungere un po’ d’acqua e ultimare la cottura. Togliere qualche fetta di lime per guarnire e frullare il resto col frullatore a immersione. Una volta che la torta si sarà intiepidita, versare sopra lo strato di marmellata e decorare a piacere.

Aspettare che si freddi prima di mangiarla.

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**Per chi avesse voglia di vedere la mostra c’è tempo fino alla fine di agosto ma da settembre la medesima esposizione sarà a Genova.

*ingredienti biologici

Coldplay “Viva la vida” 

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L’alba e la luna

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Ed eccomi qui. Mi pensavate dispersa.
Ma ero solo assente, rapita dal verso.
Poetico. Questo momento in cui mi affaccio
alla rete e dico che fuori ho vissuto
la bellezza del regalo e del lavoro.

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Al laboratorio “VoloInVerso”, condotto da Ciro Masella, al festival teatrale COLLINAREA a Lari (Pi) e alla performance conclusiva “inarea, il volo”. Ancora mi dicono nella testa, Leopardi e Garcia Lorca. Ancora mi cantano. Mentre voglio la luna e mi defilo.
(o, quasi quasi, mi depilo)

 

E per una buonanotte che sa di alba: crema di yogurt, miele d’acacia e sesamo tostato. Dolci sogni.

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Clicca “mi piace” e io ti assegnerò un artista

Paul Signac

Ieri, su facebook, mi sono imbattuta in uno dei tanti giochi che girano spesso sul social; il testo diceva così:

“Questo è un gioco per mantenere viva l’arte. Clicca mi piace e io ti assegnerò un artista. Non importa se non conosci le sue opere, cerca su internet, scegli quella che ti piace di più e pubblicala su fb.”

Poi, una volta ottenuto il “mio” artista, dovevo pubblicare insieme al testo qui sopra (per continuare a far girare il gioco) l’opera prescelta, aggiungendo la postilla “Tizio ha scelto per me + nome dell’artista…sembra un gioco carino!”

Ecco, l’idea che qualcuno potesse associare a me un artista mi ha solleticata anche perché, nello specifico, io e la persona che lo avrebbe fatto in realtà ci conosciamo pochissimo (viva il magico mondo di faccialibro in cui tutti sono “amici” e quasi nessuno si conosce, in cui l’amicizia è virtuale non solo nel senso informatico del termine – simulato, ricostruito al computer e che appare come se fosse reale – ma anche, per fortuna, nel senso di potenziale, “che non è o non è stato ancora posto in atto”). La scelta di Francesco, così si chiama l’amico facebookiano, sarebbe stata dunque istintiva – casuale forse – ma non meno affascinante per me. Ho quindi espresso per l’ennesima volta nella giornata il mio apprezzamento e ho atteso; dopo qualche minuto sono stata taggata in un commento: “Vanessa per te ho pensato a Felix Fénéon”. Fénéon? Non lo conosco, vado subito a vedere e digito il nome su Google attenendomi strettamente alle regole del gioco, ché mica si diceva di cercare sull’enciclopedia! Tra le immagini trovo molte opere che mi entusiasmano per colori, simbolismo e quel surreale q.b. che se fossi una pittrice metterei nella ricetta dei miei quadri. Ma in pochi minuti mi accorgo che quelle non sono opere di Fénéon, piuttosto opere ispirate a Fénéon. Ma allora chi è questo Felix? Che io abbia dato per scontato il riferimento alla sfera pittorica? In fondo nel gioco si parla di artista, di opere, non di pittori o quadri e in effetti potrei anche pubblicare un testo, non necessariamente un’immagine. Parte quindi l’ulteriore ricerca e scopro che il caro Felix è un critico d’arte e uno scrittore.

Felix Fénéon

Nato a Torino nel 1861 e morto a Chatenau Malabry nel 1944 fu sostenitore del neoimpressionismo e del simbolismo, collezionista d’arte e colui che nominò “puntinismo” la relativa corrente pittorica nata intorno al 1885 che consisteva nel dipingere non mischiando i colori ma accostandoli, in modo che nella visione d’insieme il colore risultasse dalla vicinanza di tutti i colori, principalmente quelli complementari. Ma Fénéon fu anche scrittore, pubblicando non solo articoli di critica ma anche i “Romazi in tre righe” sulle colonne de Le Matin (1906; poi pubblicati in volume nel 1948 mentre è del 2009 l’edizione italiana di Adelphi curata da M. Codignola). Ecco, questi brevissimi romanzi sono stati proprio una bella scoperta…grazie Francesco! Dopo averne letti alcuni, quelli reperibili sul web, ne ho scelto uno e ho deciso di pubblicarlo su fb come richiedeva il gioco, ma da guastafeste quale ogni tanto sono, non ho continuato la catena e mi sono limitata a citare colui che mi aveva fatto fare una così piacevole scoperta. Ecco però, che nel tornare a lui per curiosare quali altri artisti avesse tirato fuori dal cilindro per coloro che, oltre me, avevano cliccato “mi piace”, mi sono accorta che il commento che mi riguardava si era magicamente modificato in “Vanessa per te ho scelto Paul Signac”. Ma come Paul Signac e anche lui chi è? Svelato l‘arcano! Tra i quadri di Signac c’è un ritratto di Felix Fénéon, uno dei quadri che mi erano piaciuti di più quando ancora pensavo che Felix fosse un pittore. E io felice come una bambina perché il caso, o l’istinto di Francesco, mi hanno fatto un doppio regalo, per me non solo un artista ma due.

Paul Signac, ritratto di Felix Fénéon
Paul Signac, ritratto di Felix Fénéon

Per essere sincera però Signac mi ha colpita molto meno di Fénéon così come la letteratura mi appassiona molto più della pittura (quindi la sua breve biografia cercatevela, non sono abbastanza ispirata da farlo io) e mi sono rimessa a leggere un po’ di romanzi in tre righe affascinata dalla capacità di sintesi dell’autore, in grado di condensare un mondo in pochissime parole. Certo non ci sono descrizioni, particolari o sfumature psicologiche ma non mancano ironia, fantasia e capacità letteraria. E il fascino per me sta proprio in questo: che bellissimo gioco d’immaginazione si può fare leggendo un romanzo di tre righe! E se si volesse fare un esercizio di scrittura, quale miglior punto di partenza si potrebbe avere per costruire un racconto o un romanzo?

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Mangin, di Verdun, camminava dietro a una bara. Ma non ha raggiunto il cimitero, non quel giorno. La morte lo ha còlto lungo la strada.”

Chi è Mangin? E come è? Quanti anni ha? La sua è stata una morte prematura? Lascia moglie e figli o un compagno? Qualcuno lo amava o nessuno s’interessava a lui? Camminava dietro alla bara di un amico, di un nemico o di un parente? E Verdun è un paese o una città? Di cosa è morto Mangin? Qualcuno lo ha pianto? Era inverno? O si è sentito male per il caldo?

E quante altre domande si potrebbero fare! E un numero esponenziale di risposte si potrebbero inventare…Non disturbatemi dunque, io per oggi ho trovato il mio gioco.

Non disturbare, immaginazione in corso
Non disturbare, immaginazione in corso

AMLETO 2.0

atto III scena prima

una stanza dell’appartamento

entra Amleto con in mano il suo i-Phone 4s

Aggiornare o non aggiornare, questo è il problema: se sia più nobile pel telefono sopportare gli oltraggi di iOS 7.0.3, i sassi e i dardi dell’iniquo software, o prender l’armi contro un mare di triboli e aggiornando, disperderli. Aggiornare – migliorare – peggiorare, forse: ma qui è l’ostacolo: è la remora, questa, che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti. Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di un vecchio bug, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo l’aggiornamento – la terra inesplorata – a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome. REMIND ME LATER.

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