Domani, più panìco e meno uccelli!

Più (polpette di) miglio e meno uccelli
Più (polpette di) miglio e meno uccelli

Il detto fiorentino originale – che ammonisce chiunque dal fare il passo più lungo della gamba (se non puoi permetterti il becchime tieni meno uccelli) – recita “UN ALTR’ANNO, più panìco e meno uccelli” ma figuriamoci se aspetto così tanto prima di ricucinare le polpette di miglio; quando le ho provate la prima volta circa 10 giorni fa, le ho fatte per due giorni di seguito tanto mi sono piaciute.

Il miglio in terrazza. I semi ce li dettero ad una mostra a Palazzo Strozzi
Il miglio in terrazza. I semi ce li dettero ad una mostra a Palazzo Strozzi

Il miglio, ovvero il panìcum miliaceum, è un cereale minore (sarà perché ha i chicchi così piccoli?) che io non amo (sarà perché ha i chicchi così piccoli?) pur avendolo anche ospitato tra le mie colture in terrazza. Qualche tempo fa ne ho comprata una confezione; il perché non lo so, fa parte di quei misteriosi meccanismi cerebrali di una massaia con bisogni di compensazione.

A quel punto comunque dovevo trovare un’alternativa valida a due, egualmente insopportabili, soluzioni del problema:

  1. cucinarlo come primo piatto (in zuppa o asciutto) per poi mangiarne due cucchiai e lasciarlo a stazionare in frigo per giorni e poi buttarlo via

  2. lasciarlo nella dispensa per molto tempo. Molto, molto tempo. Moltissimo tempo. E poi buttarlo via.

L’alternativa si è presentata sotto forma di polpetta, ed è stato amore al primo morso (sarà perché ha i chicchi così piccoli? Forse, perché in effetti quella capacità di ammapparsi che solitamente non sopporto in questo cereale, per fare le polpette diventa un’arma segreta per la loro buona riuscita e gradevolissima consistenza**)

Ingredienti per circa 30 polpette:

1 tazza di miglio*

2 tazze di acqua*

2 carote*

1 costa di sedano*

1 porro*

verza* o altra verdura a piacere (broccoli, zucca…)

1 uovo*

1 cucchiaino di curcuma

gomasio* (oppure semi di sesamo)

pangrattato

olio e.v.o*

Cuocere il miglio facendolo lessare nelle due tazze d’acqua con un pochino di sale per circa 20 minuti, quando l’acqua dovrebbe essere assorbita. Se dovesse cuocere un po’ di più non preoccupatevi tanto diventerà una polpetta.

Affettare il porro e tritare le carote con il sedano e far appassire tutto nella padella con l’olio, aggiungendo se necessaria un po’ d’acqua, affinché le verdure restino morbide. Tagliare la verza a striscioline sottili e aggiungerla alle verdure; far saltare un pochino poi aggiungere la curcuma e il gomasio, oppure il sale e dei semi di sesamo tostati (facoltativi secondo i gusti naturalmente). Terminare la cottura, poi lasciare intiepidire sia il miglio che le verdure e infine unire tutto in una zuppiera; aggiungere l’uovo (se l’impasto risultasse troppo liquido unire un po’ di pangrattato). A questo punto formare delle palline e passarle nel pangrattato (avendo cura di sciacquarvi spesso le mani altrimenti nell’impasto che state maneggiando finirà troppo pangrattato e le polpette potranno risultare un po’ dure : mi è successo una volta con delle polpette di baccalà, un vero peccato). Disporre le polpette in una pirofila o una teglia foderata di carta forno, versare un filo d’olio e infornare a 180°. Cuocere 10-15 minuti per lato.

Sono buone sia calde che fredde. Ne voglio un kilometro, anzi un miglio!

* ingredienti biologici

** fin’ora vi ho mai parlato di consistenza? No? Strano perché secondo mia mamma “consistenza” è la parola che pronuncio più spesso parlando di cibo. A voi non sembra importante la consistenza?

ME LA MERITO LA MERENDA!

Mi merito una merenda regina
Mi merito una merenda regina

La merenda è un pasto irrinunciabile. Non sto scherzando, se fossi una che riesce a saltare i pasti, preferirei saltare la cena piuttosto che la merenda. Ma non lo sono, una che salta i pasti. Sono un “dosha pitta” secondo la medicina ayurvedica, e in fatto di cibo significa che divento una belva se non mangio quando ho fame.

Voglio aprire una piccola rubrica di “merende” perché la merenda è affettiva, ricca di tenerezza, capace di evocare ricordi. Se poi si considera che la parola “merenda” deriva dal latino-tardo merere ossia “meritare” e significa quindi “cose da meritare”, come possiamo rinunciarci? Nessuno merita di rimanere senza merenda.

E per cominciare, la mia regina: PANE CON RICOTTA E MIELE. Un vero premio – per quando meritevoli, lo saremo molto.

La regina: pane, ricotta e miele
La regina: pane, ricotta e miele

– una fetta di pane (casereccio; e da fiorentina aggiungo senza sale)

– ricotta vaccina

– miele (Mille fiori? Acacia?)

– un divano per godersela

Chi non fa merenda, merito lo colga!

CHI FA POU-POU IL PRIMO DELL’ANNO FA POU-POU TUTTO L’ANNO – sogni e speranze di un colon irritabile –

POU
POU

POU è un gioco per smartphone in cui un piccolo essere marrone va accudito e nutrito affinché cresca sano e forte; in pratica l’evoluzione del Tamagochi degli anni ’90. Le voci su cosa sia esattamente Pou sono molte (un alieno? un animale? una patata?) ma la mia preferita è quella che lo identifica con una cacca: oltre a trovarlo buffo, dal mio punto di vista il fatto di nutrire ed educare una cacca mi dà un certo senso di identificazione con alcune pratiche che seguo per educare e tranquillizzare il mio irritabile intestino.

Il primo dell’anno ho fatto la cacca. La notizia sicuramente non risulterà interessante ai più ma forse, chi come me soffre di stitichezza, potrà capire la mia gioia se è vero che questo – secondo la tradizione scaramantica legata al capodanno – significherà farla tutto l’anno.

Essere stitici, subire stress e minimi cambiamenti riversando tutto sulle funzioni intestinali (per eccesso o per difetto) è invisibile al mondo esterno ma piuttosto invalidante. Quando devo fare un viaggio oltre ad impazzire per preparare la valigia devo anche organizzarmi con tutto ciò che potrà aiutarmi a superare l’inevitabile muro che mi si parerà davanti, anzi, didentro (dai fermenti lattici alla fibra di psillio, dal libro di invocazioni ai Santi Erasmo e Mederico a quello degli scongiuri più pagani). Il periodo più buio che ricordo è durato circa sei mesi, quando smisi di fumare: sparita la pratica mattutina del “caffè e sigaretta” il mio apparato intestinale entrò in sciopero: che sensazione orribile veder crescere la pancia, dura come un tamburo e dolorante e instaurare ogni giorno, anche per più di una volta, delle guerre il cui campo di battaglia era un vero cesso. Quella volta, dopo aver tentato con innumerevoli rimedi, a salvarmi fu la fibra di psillio, i cui semi contengono una mucillagine che a contatto con l’acqua si rigonfia e aumenta di volume provocando l’ammorbidimento delle feci e facilitandone l’espulsione oltre ad avere effetto sfiammante. Un po’ come i semi di lino, ma a mio parere in maniera più efficace. Da allora le cose sono notevolmente migliorate e non perché ho ricominciato a fumare (!) ma soprattutto perché ho variato la mia alimentazione (molta più verdura – sulla frutta ci sto ancora lavorando – cibi integrali) e cerco di bere molto più di quanto facessi prima. Inoltre, sempre alla ricerca di una panacea, ho conosciuto alcune pratiche che mi hanno permesso di scansare il ricorso, alla lunga controproducente, ai lassativi.

Prima di tutto il lavoro su me stessa, cercando di capire cosa si cela a livello psichico dietro la stipsi (dal greco STYPHEIN, stretto): la partita che si gioca riguarda il conflitto tra il trattenersi e il lasciarsi andare, tra il possesso e la donazione; si trattiene per paura di disturbare, per paura di non piacere a qualcuno; si trattiene per gelosia e avarizia.

Poi mi sono imbattuta nella pratica dei “bagni derivativi” di France Guillain (a sua volta mutuata dagli studi del dott. Louis Kuhne) cui ricorro di tanto in tanto non solo per favorire l’evacuazione ma anche per disintossicarmi, far passare infiammazioni o rendere più bella la pelle. Si tratta di una pratica gratuita e semplice per la quale necessita solo una spugna, dell’acqua fresca e del tempo da dedicare a se stessi.

(per saperne di più, in rete e in libreria troverete tutte le informazioni necessarie, allego solo uno dei tanti link utili allo scopo http://naturopatia.over-blog.it/pages/il-bagno-derivativo-3542546.html )

Ma ciò che negli ultimi mesi ha veramente cambiato la mia vita intestinale è stato il KEFIR, Dio lo benedica!

Granuli di Kefir
Granuli di Kefir

Si tratta di una bevanda fermentata dai numerosi effetti benefici: non a caso la parola Kefir deriva dal turco “keif” che significa “sentirsi bene”; proviene dal caucaso dove la popolazione è quella più longeva al mondo e oltre a favorire le funzioni digestive e intestinali aumenta le difese immunitarie. È una bevanda probiotica ottenuta dalla fermentazione del latte (di mucca, di capra, di pecora o di cocco) o di acqua e si ottiene attraverso granuli gelatinosi di colore bianco o giallo che contengono un mix di batteri e lieviti “ospitati” da un polisaccaride. Io personalmente produco kefir d’acqua che si ottiene inizialmente utilizzando gli stessi granuli del kefir di latte – l’adattamento avverrà in due/tre giorni e sarà irreversibile. Ne deriva una bevanda leggermente alcolica e frizzante ricca di vitamine, minerali, fermenti lattici e pro-biotici. I granuli non vengono venduti nei negozi ma solitamente passati da amici (ma pare si possano acquistare su eBay). A me li ha passati Elisa, la mia fonte inesauribile di conoscenze su pratiche e medicine alternative. A mia volta li ho passati ad amici e parenti.

Si prepara ponendo dell’acqua in una brocca (tra il mezzo litro e il litro) cui si aggiungeranno i grani di kefir, 1 cucchiaino di zucchero e una o due fette di limone (si può usare però anche altra frutta secondo i gusti). Le dosi variano secondo la quantità di granuli, partendo da circa 3-4 cucchiai che nel tempo cresceranno e andranno poi passati ad altri. Una volta inseriti tutti gli ingredienti ed aver mescolato bene affinché lo zucchero si distribuisca, bisogna tappare la brocca avendo cura di lasciare però il passaggio di un po’ d’aria – meno aria ci sarà e più la bevanda risulterà alcolica (non pensate però di aver trovato un modo “salutare” per prendervi una ciucca perché la quantità di alcol solitamente presente è di 0,2-1%). Lasciar fermentare per circa 24 ore, passate le quali, la bevanda andrà filtrata con un colino mentre la si versa con l’imbuto in una bottiglia dal collo abbastanza largo (tipo quelle delle passate di pomodoro). I granuli andranno quindi sciacquati sotto l’acqua corrente, versati nuovamente nella brocca procedendo poi ad aggiungere limone e zucchero. Si riparte, altro giro altra corsa venghino signori venghino la longevità vi attende! La bevanda si beve la sera prima di coricarsi o la mattina ma in realtà non ci sono veti e la si può bere quando più si preferisce (c’è chi dice anche durante i pasti).

Certo è un po’ noioso ogni giorno dover filtrare, zuccherare, tappare ecc… e qualche volta ne farei volentieri a meno, ma i benefici per me sono tali che tutto è ripagato. Inoltre trovo che un costante e giornaliero appuntamento con qualcosa che si sa far bene a se stessi aiuti a comunicare al proprio corpo e alla propria psiche che ci prendiamo cura di loro costituendo un bell’esercizio in grado di combattere la trascuratezza di noi; ché troppo spesso ci mettiamo in secondo piano a favore di impegni e rendimento. Vogliamoci bene dunque, doniamoci a noi stessi e al mondo, prendiamo e rendiamo che la natura è perfetta e lo stercorario ringrazia!

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Sento che qualcosa sta spingendo nella pancia forse un ippopotamo o forse il re di Francia;

forse un bastimento che dall’argine si stacca, forse forse forse…è la mia cacca.

 

C’è qualcosa dentro che vorrebbe uscire fuori forse prigionieri o forse sono fiori;

forse son galline chiuse strette in una sacca, forse forse forse…è la mia cacca.

 

E sento un movimento che si vuole liberare, forse sono onde che s’azzuffano nel mare;

forse è un esercito glorioso quando attacca, forse forse forse…è la mia cacca.

 

Sento un gran tumulto che tra poco scoppierà, tremano i tombini sotto tutta la città;

forse è un terremoto che sconvolge scassa e spacca, forse forse forse…è la mia cacca!

(“La cacca” parole di Roberto Piumini – musica di Giovanni Caviezel)

“Tavolo per due” con GOMASIO

da Tavolo per 2

Stasera ho provato una ricetta consigliata dal blog Tavolo per due. Mi è piaciuta e quindi ve la consiglio. Facile, veloce e leggera io l’ho provata nella variante con aceto di vino rosso (si può fare anche con quello bianco ma secondo me è buona anche con l’aceto balsamico e quindi la prossima volta sperimenterò) ma l’aglio l’ho lasciato intero invece di tritarlo. L’ho servita con insalata mista di carote, finocchi e ravanelli condita con olio e gomasio.

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Cos’è il gomasio? Ve lo dico subito!

Dal giapponese goma (sesamo) e shio (sale) è un prodotto usato nella cucina asiatica e composto da sale marino e semi di sesamo tostati. Lo si prepara tostando semi di sesamo e sale grosso integrale che poi dovranno essere pestati o tritati nel mixer. É un po’ più calorico ma regala tanto calcio e ci fa usare meno sale.

Qui sotto il link di “Tavolo per due”…buon appetito!

http://tavoloper2.com/2014/01/03/insalata-di-pollo-allaceto-di-vino-e-menta/

Il riso sulle labbra

Il riso sulle labbra
Il riso sulle labbra

Ieri, per la cena pre-natalizia del G.A.S che aveva come tema un “giro di risotti”, io ho fatto una piccola virata e ho sperimentato uno sformato di riso. E quanto mi è piaciuto!

Sformato di riso

Ecco dunque, che col riso sulle labbra, vi propongo la ricetta che può essere realizzata in un unico stampo o negli stampini a porzione:

x 350 gr. di riso (io ho usato quello semi integrale)*

X 200 gr di mozzarella fior di latte*

X 100 gr. di prosciutto arrosto

x 1 bicchiere di latte freddo parzialmente scremato

x noce moscata q.b.

x 8 cucchiai di parmigiano grattugiato*

X 1 uovo (piuttosto grande)*

x sale q.b.* (io uso sempre quello integrale perché la raffinazione è una maledizione! E siccome il sale integrale è sempre grosso, e non in tutte le ricette lo si può usare così, io lo frullo nel mixer)

X olio e.v.o*

Lessare il riso e poi metterlo in una terrina dopo averlo ben scolato. Spolverizzarlo con noce moscata grattugiata quindi aggiungere il bicchiere di latte freddo. Unire l’uovo e mescolare bene. Tagliare a dadini la mozzarella e aggiungerne metà al composto. Infine unire 5 cucchiai di parmigiano grattugiato ed un pizzico abbondante di sale.

Dopo aver foderato una pirofila tonda con carta da forno versare all’interno metà del composto. Livellarlo con una forchetta e sistemare sopra prima le fette di prosciutto arrosto e poi la mozzarella a dadini.

Quindi versare il rimanente composto a base di riso come ultimo strato livellandolo con i rebbi della forchetta (che bella parola “rebbi”!). Spolverizzare col restante parmigiano e bagnare la superficie con un filo di olio extravergine di oliva.

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A questo punto mettere in forno già caldo a 180° e lasciar cuocere per una mezz’ora o finché la superficie del tortino si sarà dorata. Una volta tolto dal forno lasciarlo intiepidire prima di servirlo in tavola.

p.s. Io a questi ingredienti ho aggiunto anche del cavolo fiolaro, un tipo di cavolo simile a quello nero ma dal sapore più delicato.

Cavolo fiolaro
Cavolo fiolaro

*ingredienti biologici

Straccetti all’aceto balsamico

Fino ad ora ho parlato solo di verdure; perché mi piacciono molto e perché le trovo versatili e belle. Ma io non sono vegetariana, forse un giorno lo diventerò ma per adesso rinunciare al pesce e alla carne è impensabile. Naturalmente sto attenta alla qualità, non solo del prodotto in sé ma anche per ciò che riguarda il modo in cui gli animali sono allevati, nutriti e seguiti. So che questo non cambia l’esito finale ma sapere che l’animale è stato allevato con criteri che seguono la sua natura, senza sfruttamento massivo e con alimenti sani, se non mi pacifica completamente l’anima, almeno mi dà una garanzia in più per la salute. Ecco dunque una ricetta a base di carne:

Straccetti all’aceto balsamico

per 2-3 persone

Fettine di manzo o vitello per carpaccio* (tra i 400 e i  600gr ma dipende da quanto siete mangioni)

3 grosse carote*

1 cipolla rossa*

aceto balsamico

Olio e.v.o*

Sale e pepe q.b.

le verdure nel mixer
le verdure nel mixer

Tritare finemente col mixer la cipolla e le carote. Buttarle in padella con l’olio e cuocerle aggiungendo via via un po’ d’acqua in modo che non si asciughino troppo e restino morbide. Intanto tagliare a striscioline la carne e, una volta cotte le verdure, gettare in padella gli straccetti. Il taglio della carne per carpaccio essendo molto sottile richiede tempi brevi (la perdita di tempo sta nel tagliarla) quindi velocemente farli rosolare da ambo i lati cercando di separarli perché tenderanno a restare tutti insieme appassionatamente; salare e pepare e negli ultimi minuti di cottura spruzzare con aceto balsamico e a fiamma viva farlo evaporare. Se piace, aggiungere una manciata di prezzemolo tritato e servire con un contorno semplice di patate al vapore o verdure in pinzimonio.

Straccetti all'aceto balsamico

Verdure per pinzimonio
Verdure per pinzimonio

*ingredienti biologici

Sulla bruschetta di Pietro e sul disarmare la cipolla

Aglio e cipolla sono due tesori inestimabili; buoni, versatili, indispensabili ma da maneggiare con cautela, soprattutto per una come me che li digerisce malissimo e che per di più balla tango argentino.

Come fa una tanguera a usare in cucina questi gioielli senza poi appestare tutta la milonga*? 
Ha un vademecum di accorgimenti:


1) – il più drastico – non usarli affatto quando sa di andare a ballare


2) non usarli crudi – ma tanto per me questa è la prassi -


3) usare l’aglio intero e non tritato in modo da poterlo evitare


4) trattare la cipolla con aceto

Ed è proprio di quest’ultimo punto che voglio parlare in maniera più dettagliata. Il modo di rendere più innocua la cipolla l’ho dedotto frequentando la “Taverna di Pietro”, un ristorante di pesce che definire spartano è poco. Il menù è costituito da pochi e intramontabili piatti fatti in maniera molto casalinga, il pesce è fresco e se hai la fortuna di beccare il giorno in cui hanno cambiato l’olio della friggitrice, potrai mangiare una frittura mista buonissima! Se a questo si aggiunge che Pietro – il cuoco/gestore partenopeo – mi fa ridere e che i prezzi sono contenuti benché discrezionali posso riuscire a definire pittoresco l’arredamento che risale agli anni ’70, a bere il vino bianco della casa anche se al secondo sorso la testa gira come sul tagadà e accettare di dover lavare poi tutto quello che avevo indossato per cena perché saprà immancabilmente di fritto.
 Ebbene, da Pietro c’è la piacevole abitudine di portare ai clienti uno stuzzichino che, per il rapporto tra semplicità e resa, trovo geniale: una fetta di pane abbrustolito con sopra una grossolana dadolata di carota, sedano e cipolla rossa, crudi, che sono stati fatti un po’ macerare in olio, aceto, sale e pepe. E credetemi se vi dico che è buono!
Il grande mistero, ogni volta che mangiavo questa bruschetta era che non mi rimaneva tanto indigesta come avrei pensato e alla fine ho capito che il merito era dell’aceto.
Adesso quindi ogni volta che devo usare la cipolla cruda – o cotta ma in quantità consistente – la tengo un po’ in ammollo in acqua e aceto dopo averla sbucciata e tagliata. Più ci sta e meglio è ma naturalmente dipende dal tempo che si ha a disposizione; se ne ho abbastanza, io cambio l’acqua un paio di volte e alla fine sciacquo bene la cipolla e l’asciugo. Perché la prudenza non è mai troppa, potrei giocarmi un buon ballerino!

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Maionese contemporanea

 Io la maionese la compro molto raramente.

L’idea di comprare pochi cibi pronti, inscatolati o in barattoli fa parte delle mie piccole scelte quotidiane: in generale meno il cibo è manipolato e più è facile che finisca nel mio carrello. Ad esempio se devo fare una salsa di pomodoro io compro i pelati; polpe pronte, passate, pezzettoni hanno attraversato troppe fasi per la loro breve vita di verdure. E così è con la maionese, cui si aggiunge il fatto di essere un alimento piuttosto grasso e riservato a rare ma imprescindibili occasioni; ad esempio d’estate per i pomodori ripieni o in quelle sere d’inverno in cui faccio “il lesso”. Sere piuttosto recenti devo precisare perché la massaia contemporanea tanti piatti li ha assaggiati per la prima volta negli ultimi anni, essendo stata prima una bambina che non mangiava, poi una bambina che mangiava pochissimo, poi una ragazzina che mangiava troppo ma con scarsissima scelta e oggi, sono una buongustaia, nel senso più nobile del termine. Ebbene, nonostante la maionese costituisca sempre una rarità nel nostro frigo, adesso almeno le spetta un posto d’onore invece che il solito spazio striminzito sul ripiano dello sportello, perché da qualche mese la faccio in casa. È stato facile, e io che credevo che fosse un’impresa ardua! La maionese impazzirààà mi risuonava nella testa ogni volta che mi coglieva la balzana idea di cimentarmi; chissà perché questa cosa dell’impazzire mi spaventa così tanto: sarà per la delusione provata la prima e ultima volta che ho fatto la crema pasticcera? O perché tra me e la pazzia c’è un fine legame? O forse perché mi faceva impazzire l’dea di coordinare le braccia sbattendo l’uovo con una mano e versando l’olio a filo con l’altra. Altro che massaia, qui ci vuole un giocoliere – che già, questa cosa del versare “a filo” fa abbastanza paura da sola. Ma infondo, a fregarmi, era stata la mia ingenuità, non avendo calcolato di avere a portata di mano l’oggetto migliore che possa occupare un suo spazio in cucina, l’amico del cuore della cuoca contemporanea, l’utensile che mi fa sentire onnipotente e che una volta mi ha fatto persino la manicure, anche se un po’ drastica…insomma, il frullatore a immersione.

Nelle mie ricerche in rete per capire meglio dosi e modalità ed eventualmente decidere la “mia” ricetta ho anche scoperto varie piccole cose. Ad esempio che le uova possono essere fredde di frigo, non è la loro bassa temperatura a provocare l’impazzire della salsa, piuttosto la differenza di temperatura tra gli ingredienti: l’importante è che siano o tutti freddi o tutti a temperatura ambiente. Poi ho scoperto, questo in maniera empirica, che la maionese appena fatta è piuttosto amara, soprattutto se come me, la si fa con l’olio e.v.o ma che, se lasciata qualche ora in frigorifero prima di mangiarla l’amaro si stempera notevolmente .

Ma veniamo alla ricetta della Maionese contemporanea, fatta col frullatore e rigorosamente con l’assaggio col dito!

la mia maionese è quella fatta col frullatore e con l'asssaggio col dito!
la mia maionese è quella fatta col frullatore e con l’asssaggio col dito!

1 uovo intero + 1 tuorlo (risulterà più leggera se si lascia anche l’albume)

250 ml olio e.v.o.

1 pizzico di sale

succo di 1 limone (o tre cucchiai di aceto bianco)

Mettere nell’apposito bicchiere del F.aI. tutti gli ingredienti, cominciando dalle uova. Poi immergere il mixer e dopo averlo azionato muoverlo con movimenti dal basso verso l’alto (usate la fantasia e verrà una maionese afrodisiaca) procedendo però verso l’alto in modo da lasciare spazio alla maionese che intanto sta montando. La salsa dovrà risultare molto cremosa, se fosse troppo liquida aggiungere altro olio.

Torte salate & Co. – la pasta al vino –

Io ho sempre le mani fredde. La mia circolazione somiglia a quella delle lucertole: da settembre ad aprile una temperatura cadaverica, col sole d’estate poi, si stemperano un po’.

Lucertola

Ma questo che c’entra con il cucinare, direte voi? Ebbene, per fare le torte salate c’entra eccome! Negli anni ho provato a preparare diversi tipi di pasta (da quella per il pane e la pizza, alla pasta frolla per i dolci) e ho scoperto che quelle non lievitate mi vengono benissimo mentre quelle col lievito, una ciofeca! All’inizio non mi davo pace, poi ho capito il perché ma a quel punto il mio era già diventato disamore per le paste a lievitazione. Il fatto è che un impasto col lievito ha bisogno di calore, mentre le paste senza, che spesso sono con il burro, hanno bisogno di non essere scaldate troppo durante la lavorazione e di essere anche tenute un po’ in frigo prima della cottura. Ecco, le mani gelate della massaia contemporanea sono mani da frolla; o da brisè. Amando spassionatamente le torte salate, la pasta brisè è stata una delle mie preparazioni più frequenti, perché da anni non compro più le paste pronte al supemercato. Poi però, col tempo, volendo limitare l’uso del burro ho cercato delle alternative e alla fine mi sono imbattuta in un tipo di pasta che adoro, la pasta al vino. Io la uso come base per le torte salate, per gli strudel di verdure o per fare degli stuzzichini da aperitivo (magari aggiungendo dei semi di sesamo all’impasto); è più saporita della pasta brisè e io la trovo più digeribile.

Pasta al vino

Pasta al vino
Pasta al vino

300 gr di farina

100 gr di vino bianco secco

80 gr di olio e.v.o

sale q.b.

Impastare bene tutti gli ingredienti fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica. Stenderla col matterello.

Strudel di verdure pasta al vino ripiena di verdure miste di stagione e besciamella
Strudel di verdure
pasta al vino ripiena di verdure miste di stagione e besciamella
Torta salata con pasta al vino ripiena di cavolfiore, ricotta e parmigiano.
Torta salata con pasta al vino ripiena di cavolfiore, ricotta e parmigiano.

Stile di vita e verdure brutte

Per essere realmente contemporanei, oltre ad essere ancorati al presente è necessario guardare al futuro con lungimiranza ma facendo tesoro della storia. Essere contemporanei, al passo coi tempi e anche veramente ganzi, non può prescindere dall’interrogarsi sullo stile di vita o sul proprio rapporto con il mondo e con gli altri. Non curarsi dell’ambiente, alimentarsi a casaccio ingrassando soprattutto le multinazionali, aver paura del diverso e del nuovo è obsoleto oltre che irresponsabile e miope. Lungi dall’essere una fanatica, penso che ognuno di noi debba cercare e possa trovare il suo proprio modo per agire come un essere umano responsabile e per quanto mi riguarda, pur avendo ancora un gran margine di miglioramento (usare meno l’auto, non comprare cose inutili, diventare vegetariana) una scelta l’ho fatta quasi quattro anni or sono e oggi mi regala grandi soddisfazioni e molto gusto! 

Sono entrata a far parte di un Gruppo d’Acquisto Solidale. Perché la Massaia Contemporanea è per il biologico, la filiera corta e il commercio equo!

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