Pancake

 

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Non stimo affatto il popolo americano le cui abitudini alimentari sono lo specchio di una cultura che mi fa venire la pelle d’oca (marshmallow grigliati sul barbecue????!!!!). Nonostante ciò, oggi ho cucinato i pancake. E non era la prima volta.

I pancakes sono delle frittelle tradizionali dell’America del Nord, simili alle crepes, ma più spesse e spugnose. Di solito si servono con sciroppo d’acero


flash sui mille telefilm americani visti e rivisti nel mio periodo da teledipendente

ma io li mangio con il miele d’acacia o con la vanella. L’amore tra me e i pancake è sbocciato poco più di un anno fa in Messico, ed è proporzionale alla rabbia provata negli scali aerei statunitensi (paranoia e follia in ogni dettaglio). Mi hanno salvata dal dover mangiare uova strapazzate piccanti e frijoles refritos alle 8 del mattino, e per questo avrò sempre un debito di riconoscenza per la cucina internazionale negli alberghi. Salvataggio con gusto, perché mi sono proprio piaciuti.
Non so bene perché, li pensavo complicati da preparare e siccome comprare le miscele pronte di farina, ormai si è capito che non è il mio genere, non ho mai pensato di farli.
Poi “diventi una blogger” e scopri che tutte le foodblogger à la page preparano cupcake, pancake, milkshake, cucinano in colori pastello e hanno un sacco di formine per biscotti acquistate su siti specializzati. E allora, che cavolo!, surfo anch’io l’onda di tendenza e, pur senza inabissarmi fino agli zuccherini colorati, provo a cucinare i pancakes. Il primo esperimento è stato fatto domenica 20 aprile, Pasqua; per pranzo. La mia, ormai relativamente, nuova vita da tanguera ha portato una ragazza che andava a letto quasi tutte le sere intorno alle 23,00 in una sregolata donna con orari da adolescente che anche il giorno di Pasqua è andata a letto all’alba. E allora, quale modo migliore per rendere un po’ speciale un pranzo di Pasqua che in realtà è una colazione tra rincoglioniti di sonno, se non giocare un po’ a sperimentare? Approfittandone per calarsi nel ruolo della massaia americana con grembiulino e tritarifiuti? Si dai, approfittandone.
Come prima volta non è andata male – se si eccettua il fatto che ho dovuto sostituire metà della farina con la farina di ceci perché non mi ero accorta di aver quasi finito l’altra, ottenendo un impasto troppo liquido. Con ancora grande margine di miglioramento, per riprovarci dovevo avere la certezza di azzeccare la ricetta giusta. E siccome l’Universo ci ascolta, è arrivata Eleonora: dandomi la ricetta mi ha anche rassicurata sulla velocità di preparazione “ché un americano mica sta tanto a preoccuparsi di girare l’impasto”. Ve la riporto fedelmente.

Metti insieme tutti gli ingredienti secchi:
135 g farina 00
1/2 cucchiaino di lievito in polvere vanigliato
1/4 cucchiaino di bicarbonato
2 cucchiai di zucchero
un pizzico di sale
In una terrina mescola:
1 uovo intero
250 g di latticello
35 g burro fuso (o 20 gr di olio e.v.o)
Unisci gli ingredienti secchi agli altri mescolando poco e lasciando i grumi. Nel frattempo avrai riscaldato una padella antiaderente un po’ unta con olio (io ne metto un goccio e quando è caldo lo passo sulla padella con pezzo di carta da cucina). Con un mestolo piccolo metti l’impasto nella padella, dopo un po’ si formeranno dei fori nel pancake e sarà ora di girarlo. Tieni il fuoco moderato altrimenti si cuociono fuori e poco dentro.
(queste sono le dosi giuste per una bella colazione per due)

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Direi che sono proprio buoni, anche se io ho ancora problemi in fase di cottura: forse li giro troppo presto cosicché nel prenderli con la spatola invece di mantenere la forma bella tonda si rapprendono a fisarmonica. Bisognerà che mi alleni ben bene – anche perché voglio provarli con della marmellata d’arancia (leggermente stemperata sul fuoco per renderla un po’ più fluida).

E volete sapere dove è proseguita la mia domenica? In Giappone con il WA! Japan Film Festival 2014.

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Poi al nuovo “primo piano” del mercato centrale di Firenze di San Lorenzo: anche se un po’ caotico devo dire che è proprio bello e il tramezzino di Amblè proprio buono!

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E infine sul divano a guardare un film inglese (“Irina Palm”).

Perché l’arte e la cucina sono un ottimo modo per girare il mondo quando non ci si può spostare.

Friselle del primo maggio

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Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori. Non voglio dilungarmi in considerazioni che altri possono fare molto meglio di me. Mi limiterò a citare l’articolo 36 della costituzione italiana:

il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso, sufficiente a assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori e se non voglio farmi andare di traverso i festeggiamenti è meglio che pensi al cibo e non alla costituzione – rispondendo in pieno ahimè, alla più banale strategia di distrazione di massa.
Per tradizione oggi si mangiano i baccelli e io, che tradizionalista non lo sono molto (pensate solo che il mio pranzo di Pasqua è stato a base di pancake) mi sono ritrovata con i baccelli nel frigo e non ho potuto esimermi dal rispettare l’usanza. Dando persino un tocco di patriottico colore (!!!)

Friselle con pomodorini, baccelli e formaggio:
Bagnate le friselle con un po’ di acqua leggermente salata e olio. Tagliare a pezzetti dei pomodori ciliegini e un po’ di sedano, sbriciolare del formaggio baccellone e unire delle fave lasciandole intere se sono piccole o tagliandole a pezzetti se sono grandi. Unire tutto e condire con olio, sale e pepe. Mettere il composto sopra le friselle e servire.

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“La grammatica dei sapori” di Niki Segnit

 

 

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Da qualche settimana, mentre cucino, l’accostamento dei sapori è la linea guida del mio pensiero culinario. Dovrebbe esserlo sempre certo, ma passa in secondo piano quando si preparano ricette già collaudate o si sperimentano quelle suggerite da altri. Nella cucina “all’impronta” invece mi sorprendo sempre quando, pensando l’accostamento di due sapori, riesco a sentire la loro unione in bocca; il pensiero si concretizza sulle papille gustative e (quasi sempre) riemerge dal piatto ultimato con gran soddisfazione della cuoca-massaia. La scorza grattugiata del limone nel risotto con scampi e asparagi, la menta e le zucchine, l’erba cipollina e il salmone…

…”simili accostamenti possiedono la qualità di una scoperta logica: bacon e uova, riso e salsa di soia, Sauternes e foie gras, tartufi bianchi e tagliolini, steak-frites, fragole e panna, agnello e aglio, Armagnac e prugne, zuppa di pesce e rouille, pollo e funghi; sull’attento esploratore dei sensi, la prima esperienza di uno di questi avrà un impatto paragonabile alla scoperta di un nuovo pianeta da parte di un astronomo.” (J. Lanchester, “Gola”, cit. in “La grammatica dei sapori”, Editore Grimaudo )

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La ruota dei sapori

E quando, il giorno in cui ha inaugurato la RED qui a Firenze, mi sono imbattuta nel libro di Niki Segnit, il cerchio si è chiuso, l’ho comprato e ora al posto del cerchio c’è un’immensa spirale che mi gira in testa al ritmo delle pagine che sfoglio. E’ stato amore a prima vista: la copertina cartonata che riporta una specie di campione-colori-pantone; il taglio (ovvero la superficie presentata dai fogli di un volume chiuso) color ciclamino, uno dei miei preferiti; le sguardie (fogli di carta bianca o colorata applicati da una parte ai piatti della copertina e dall’altra alla prima e all’ultima segnatura del volume e che servono a unire esteticamente la copertina al volume vero e proprio) che riportano la bellissima “ruota dei sapori”; gli indici fatti “come dio comanda”, finalmente. Tutto era fatto per me. Tranne l’omissione delle zucchine di cui però l’autrice in qualche modo si scusa nell’introduzione, anch’essa fatta bene e non priva dell’ammissione degli inevitabili limiti di un manuale come questo.

E sapevate che gusto e sapore non sono la stessa cosa? Io non ci avevo mai pensato, ma sicuramente massaie più illuminate di me o enologi lo sanno bene. E che caffè e formaggio di capra stanno bene insieme?

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La mia prima sperimentazione grammaticale ha dato vita al pollo in salsa di agrumi e asparagi che ha bisogno di una piccola aggiustatina (un po’ meno limone?) ma che come idea di fondo è ottima, quindi  presto vi scriverò la ricetta. E se è vero che  “imparare a capire come si accostano i sapori, come enfatizzarli a vicenda, è simile ad apprendere una lingua”, il mio motto non può che essere “speak easy”. E il vostro?

La iattura della casalinga

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Solo pochi giorni fa, ho parlato di Madame l’Ispirazione. Oggi invece porgo i miei omaggi alla signora VorreiMaNonPosso

Quella che vi suggerisce tante idee ma tutte in contemporanea; che vi fa sembrare tutto molto fattibile e sicuramente buono salvo scoprire che il risultato è uno schifo? Ecco, da ieri mi gira per casa e questi sono i risultati:
– l’esperimento del polpettone di lenticchie è stato un fallimento totale
– la pasta di farro con i carciofi e le lenticchie avanzate è da dimenticare (mi ha messo quella tristezza che solo un mega cono di gelato Buontalenti può alleviare)
– e invece ho dimenticato di tendere la lavatrice così adesso ho tutti capi asciutti ma plissettati
– lo spezzatino che cuoceva in pentola si è bruciato irrimediabilmente
Conoscete scongiuri che facciano al caso mio?

Spaghetti al pomodoro

Spaghetti al pomodoro. E ho detto tutto!

promessa d'estate
promessa d’estate

O forse no.

 

È la voglia di buono. È la voglia di semplice. È la voglia che hai quando torni da un viaggio all’estero. È la promessa d’estate quando è ancora primavera; è nostalgia in inverno con l’ultimo barattolo di conserva. È desiderio di basilico.

Lo spaghetto al pomodoro è voglia di sentirsi partenopei. È una sfida, perché la semplicità ti frega. È immediato, perché la semplicità si lascia intuire. È immediato perché quegli ingredienti ce l’hai sempre in cucina; e per questo è anche l’ultima risorsa.

Quando sei piccolo è il salto dalla pasta all’olio. È il piatto che la mamma cucina quando c’è un tuo amico a cena. È un piatto “da casa” che non mangio al ristorante, mai.

Gli spaghetti al pomodoro hanno colori primari e sono sfacciatamente nazionalistici. Sono impietosi con qualunque tipo di mise e riescono a macchiarla senza farsi vedere. Il loro potere evocativo risiede nel basilico – irrinunciabile – e riaffiora dal nostro inconscio collettivo di italiani; anche se io metto la cipolla e tu l’aglio.

È un piatto che basta un niente per trasformarlo in qualcosa di completamente differente (olive? Capperi? Peperoncino? Mozzarella? Tonno?) e anche quando non potrebbe essere più uguale a se stesso, non è mai lo stesso. È comunque una certezza. È la voglia di familiarità. È la voglia di buono.

 

Risotto asparagi e scampi, il Re di primavera!

 

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Avete presente quando Signora Ispirazione viene a trovarvi? (pensateci con calma e cercate di riportare alla mente il friccicore epidermico di quella volta).

Ecco, ieri lei ha bussato alla mia porta e fortuna ha voluto, che avessi tempo e modo di farla entrare. Alla fine dell’incontro dalla pentola è uscito il Risotto con scampi e asparagi, che ho immediatamente incoronato come Re di questa primavera.

Il tutto ha avuto inizio due giorni fa quando, dopo cena a base di asparagi alla Bismarck, me ne sono avanzati un po’ cotti al vapore: domani si fa un risottino. Risottino che poi è cresciuto nella testa, ci ha vissuto, diventando una ricetta un po’ più elaborata (ma nient’affatto difficile); con ingredienti che andavano e venivano, accostamenti che si assemblavano per poi disfarsi e ricomporsi in altro gusto, tanto da sembrarmi di sentirli nella bocca. E alla fine, è andata così:

 

Ingredienti:

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– riso* (io ho usato il “baldo” semilavorato – da coltivazione biodinamica dell’azienda Cascine Orsine)

– 1 mazzetto di asparagi*

– 300 gr di scampi freschi

– 1 scalogno*

– scorza di un limone non trattato*

– 3 cucchiai di yogurt naturale intero*

– olio e.v.o*

– sale q.b.

Per la quantità di riso io mi regolo come la mamma: 3 pugni di riso a testa con qualcosa in più per “la creanza” o nel caso si abbiano le mani piccole, come me. Pulire e lessare senza sale gli asparagi, scolandone i 3/4 a metà cottura e portando a termine gli altri. Pulire gli scampi mettendo teste, carapaci e chele in una pentola con del brodo vegetale non troppo forte o dell’acqua leggermente salata (come ho fatto io) e farle bollire in modo da avere un blando “fumetto” di crostacei con cui portare a cottura il riso.

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N.B. lasciate un paio di scampi integri per la decorazione, e qualche punta d’asparago.

Intanto affettare sottilmente uno scalogno e farlo soffriggere nel tegame con un paio di cucchiai di olio; buttarci gli asparagi tagliati a pezzetti e aggiungere un po’ di sale, aspettando che si insaporiscano; buttare il riso e attendere che i chicchi diventino traslucidi facendo attenzione che non si attacchino al fondo. Versare il brodo fino a coprire il riso. A metà cottura aggiungere la metà degli scampi tagliati a pezzetti e via via che il riso si cuoce aggiungere liquido. A questo punto, grattugiare metà della scorza di un limone nel riso e poi, negli ultimi minuti aggiungere i restanti scampi e asparagi (lasciandone le punte proprio al momento finale della mantecatura in modo che restino sode). Spegnere il fuoco e far mantecare con tre cucchiai di yogurt. Servire con una grattugiata fresca di scorza di limone.

…e…SIGNORA MIAAAAAA!!!

 

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*ingredienti biologici

Pesto piselli e baccelli!

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Lo so che il titolo può far pensare ad un’azione bellica nei confronti del maschio ma in realtà si tratta di una ricetta buonissima che all’uomo (almeno al mio) non fa che piacere!

L’ho trovata in rete e con le dovute modifiche ve la ripropongo; è facile e buonissima…ma sbrigatevi che il tempo dei baccelli finisce presto: dura molto meno del “tempo delle mele” ma per fortuna torna ogni anno, invece noi, Sophie Marceau compresa, il tempo delle mele lo viviamo una volta sola – e per quanto mi riguarda, basta e avanza!

Il pesto di fave e piselli si abbina col formaggio, che deve essere compatto ma fresco e non troppo saporito: primo sale, pecorino molto fresco o formaggio baccellone (che in pratica è un primo sale).

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500 gr di baccelli

500 gr di piselli freschi

(una volta sgranati sia piselli che fave, il tutto pesava 270 gr)

1 scalogno

sale e pepe

olio e.v.o.*

formaggio baccellone

Dopo aver sgranato i baccelli e i piselli (e aver resistito alla tentazione di mangiarseli tutti così!) lessarli. Intanto in una padella far soffriggere lo scalogno tagliato a fettine senza seccarlo. Scolare i legumi lasciando da parte un po’ d’acqua di cottura e farli saltare in padella con lo scalogno aggiungendo sale e pepe secondo il gusto. Una volta insaporiti lasciarli intiepidire e poi passarli nel mixer con un po’ di liquido e di olio crudo. Stendere il composto su un piatto da portata e sistemarci sopra tanti pezzettini di formaggio…come un gregge di pecorelle al pascolo! E’ ottimo come antipasto o per un aperitivo (in alternativa potete comporre dei piccoli crostini).

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La “ceciata” – mi cucinano così ma non chiamatemi frittata!

mi cucinano così ma non chiamatemi frittata

CECIATA è il nome che mi sono inventata per quel piatto che solitamente viene chiamato “frittata finta” o “frittata vegana” perché ha l’aspetto di una frittata ma è fatta con la farina di ceci – e di uova neanche l’ombra. In questa assenza non c’è proprio niente di male; quello che proprio non sopporto è la mania veg di imitare, nell’aspetto e nel nome, piatti comunemente consumati da noi “onnivori” a base però di ingredienti vegetali. Il seitan, il muscolo di grano e tutti quegli alimenti vegetali ricchi di proteine che comunemente si usano nella cucina vegetariana e vegana (e che io non disdegno affatto nella mia di cucina) vengono solitamente venduti, cucinati, chiamati e pubblicizzati in modo da ricordare piatti più comuni, salvo poi rivelarsi in tutta la loro diversa sostanza nel momento stesso in cui toccano la prima papilla gustativa. Sembra quasi una sorta di “vorrei ma non posso” e invece non c’è niente di più falso perché solitamente chi ha scelto di seguire una dieta priva di alimenti di origine animale è assolutamente motivato e convinto della propria scelta e, a ragione, anche felice di poter assaporare piatti che spesso non hanno niente da invidiare a quelli con ingredienti di origine animale. Ma allora perché, mi domando, la bresaola di muscolo di grano? Che nell’aspetto somiglia tanto a quello di uno dei miei affettati preferiti e al sapore ovviamente è tutta un’altra cosa? Tra l’altro, questa discrepanza tra l’aspetto e il sapore, secondo me va a scapito di questi alimenti e rafforza, nei mangiatori di tradizione, l’idea che i prodotti veg non siano buoni. Il nostro cervello è una gran macchina, ma ingannarlo non sempre è proficuo: se faccio assaggiare al mio babbo settantenne una cosa che somiglia alla bresaola ma che poi ha un sapore completamente diverso, è sicuro che lui – in barba a tutte le mie spiegazioni – penserà che quell’alimento non è buono. Ecco, trovo semplicemente che per dare piena dignità a questi cibi gli si debba riconoscere una loro unicità, una – passatemi l’espressione -differenza di genere.

Ma veniamo alla Ceciata che, vi assicuro, alla frittata non ci somiglia minimamente (somiglia molto più alla cecina naturalmente) ma è altrettanto buona:

150gr di farina di ceci*

un bicchiere e mezzo di acqua

un pizzico di sale*

olio e.v.o*

pepe nero

verdure a piacere*

In una ciotola unire alla farina di ceci l’acqua, un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale e mischiare bene facendo attenzione a non lasciare grumi. In una padella saltare delle verdure a piacere e, una volta cotte, unire la pastella (che risulterà non troppo soda) e far cuocere bene da entrambi i lati (più a lungo di quanto non si faccia con le uova). Prima di servire macinare sopra un po’ di pepe. Ottima anche come antipasto o per un aperitivo tagliata a piccoli rombi; è buona sia calda che appena tiepida.

*ingredienti biologici

Ricottina al forno senza riverenza

timo, rosmarino, erba cipollina, menta, origano
timo, rosmarino, erba cipollina, menta, origano

Conoscete la storia della ricottina e della riverenza?

C’era una volta una povera ragazza di nome Bettina. Un giorno la vicina di casa le regalò una ricottina da fare in forno ma Bettina pensò bene di andare al mercato e venderla per ricavarci del denaro. Si mise la ricotta in capo e a testa alta e andamento fiero si incamminò; strada facendo cominciò a fantasticare sul suo avvenire che, ora che aveva la ricottina, le appariva roseo. “Ecco ora vado al mercato e vendo la ricotta. Con i soldi ricavati compro due pulcini: un galletto e una pollastrella. Li farò razzolare davanti casa e, quando la pollastrella sarà cresciuta e farà le uova, gliele farò covare così avrò tanti pulcini. Quando saranno diventati galletti li venderò e col ricavato comprerò due agnellini, uno maschio e uno femmina con i quali pian piano mi farò un gregge. Poi lo porterò al mercato e col ricavato della vendita comprerò due vitelli, maschio e femmina e con la vendita dei loro vitellini pian piano metterò da parte un bel gruzzolo con cui mi comprerò un prato. In mezzo al prato farò costruire una villetta e la gente, che ora mi disprezza, quando passerà davanti al cancello e mi vedrà, farà una riverenza dicendo – Buon giorno signora Bettina!”
Presa com’era dal suo sogno ad occhi aperti la ragazza imitò la riverenza e la ricottina, che era sulla sua testa, cadde e si spiaccicò al suolo. Pianse Bettina, sui suoi sogni infranti e sulla ricottina al forno che non mangiò mai.

Ricotta pronta per il forno

Se mai ve ne regalassero una*, prima di mettervela in testa insieme a strane idee, fate come me:
adagiatela in una teglia sopra ad un foglio di carta forno. Tritate molto finemente un misto di erbe fresche: timo, rosmarino, menta, erba cipollina, origano (o quelle che più vi piacciono) e unitevi sale e pepe. Coprite la superficie della ricotta con questo trito, passateci sopra un filo d’olio e mettete in forno a 180-200° per circa 45 minuti. Servitela tiepida e solo a quel punto fate la riverenza perché gli applausi non mancheranno!

La ricottina al forno
La ricottina al forno

*io ne ho cucinata una da 250gr ma secondo i gusti e l’occasione si possono fare quelle più piccole monoporzione.

Torta amaretti e mandorle: quando la poesia si scioglie in bocca.

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Ieri, 21 marzo, si celebrava la giornata mondiale della poesia. Vi risparmio i miei versi adolescenziali ma verso in questo post la ricetta di una torta che è pura poesia.

La torta di amaretti e mandorle:

Per la pasta:

250 gr farina*

150 gr di zucchero di canna grezzo*

100 gr di burro*

1 bustina di lievito per dolci

1 uovo

 

Per il ripieno:

½ pacco di amaretti

60 gr di mandorle pelate

aroma di mandorle

300-350 gr di ricotta vaccina*

1 uovo*

100 gr di zucchero di canna grezzo*

 

Sciogliere il burro a “bagno maria”. Intanto, in una ciotola, unire farina, zucchero e lievito e mischiare bene il tutto. Unire l’uovo sbattuto e mescolare ancora dopodiché unire il burro fuso e impastare con le mani formando un impasto granuloso (non un impasto omogeneo e compatto ma formato da tanti grumi).

Per il ripieno tritare le mandorle e unirle agli amaretti pestati più o meno grossolanamente con il pestello o con le mani; aggiungere lo zucchero la ricotta e l’aroma di mandorla mescolando bene il tutto per poi unire l’uovo sbattuto.

Imburrare e infarinare una tortiera tonda di quelle a cerniera e mettere circa i 2/3 dell’impasto sul fondo senza compattarlo, versarci il ripieno e coprire con i restanti granuli di impasto coprendo la farcitura. Decorare la superficie con qualche mandorla intera e infornare a 180° per circa 40 minuti.

 

Se i versi che usciranno dalla vostra bocca dopo averla assaggiata non saranno poetici è solo perché somiglieranno molto a quelli animaleschi di un orgasmo.

Tartare di salmone e avocado alla nostalgia messicana

Tulum- Messico
Tulum- Messico

Per cena, orata al forno con patate…

E nell’attesa? Un aperitivo!

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Stappo una bottiglia di bianco fermo “Cento passi” di Libera Terra, tiro fuori le mandorle che ho tostato qualche giorno fa, faccio ammorbidire un po’ di burro (un burro artigianale, biologico che ha un sapore così intenso da sembrare quasi un formaggio – in effetti lo è), taglio dei bocconcini di pane e preparo una tartare di salmone e avocado.

Sarà che la memoria in questi giorni corre spesso al marzo di un anno fa, al Messico, alla sua luce e alla luna di miele, ma quando al supermercato ho visto l’avocado e il lime, non ho resistito; anche perché, per miracolo, gli avocados erano maturi e non duri come al solito. Poi al banco del pesce c’era del salmone già preparato per la tartare e così…

IMG_5609Tagliare a dadini mezzo avocado; per il condimento emulsionare olio e.v.o.*, gomasio*, succo di un lime e due cucchiaini di tequila. Unire il salmone all’avocado e condire; far riposare per circa 15 minuti. Servire in coppette dopo averne bagnato il bordo con uno spicchio di lime per poi passarlo nei semi di sesamo tostati (come si fa per le coppe di cocktails margaritas con il sale) e decorato con una fetta di lime.

A questo punto servire il tutto godendone a pieno, far consumare con calma la candela che avrete acceso e poi passare alla cena!

Orate al forno con patate
Orate al forno con patate

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Zuppa di cicerchie

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Con questa ricetta io cucino sia la zuppa di cicerchie che quella di lenticchie. 

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Dopo aver tenuto in ammollo una notte i legumi, tritare 1 cipolla e 1 bella carota e soffriggerle in un tegame con olio e.v.o e rosmarino, badando che restino abbastanza morbide (si può aggiungere anche un po’ di pancetta a dadini nel soffritto). Aggiungere al fondo di cottura le cicerchie (250gr) e rosolarle a fiamma viva affinché si insaporiscano. Salare e aggiungere acqua o brodo vegetale, tanto quanto basta a coprire a filo le cicerchie. Lasciar cuocere a fuoco non troppo alto e coperte per 10-15 minuti girando di tanto in tanto e controllando il livello d’acqua. Poi aggiungere un po’ di polpa di pomodoro (che dia un leggero colore alla zuppa) e portare a fine cottura aggiustando di sale. Col frullatore a immersione passare grossolanamente in modo che non venga una crema liscia. Servendola aggiungere un filo d’olio e una macinata di pepe. Accompagnare con fette di pane abbrustolite o passate in padella con un filo d’olio oppure con della pasta corta da minestra integrale o di farro.

Il pranzo è servito…in macchina.

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Da gennaio ho ripreso un lavoro che avevo già svolto due anni fa. Mi occupo di percorsi di educazione al consumo consapevole nelle scuole elementari, percorsi che si articolano in più incontri e con l’ausilio di differenti linguaggi: dal ludico al teatrale a quello didattico in senso stretto. In particolare mi sto occupando di alimentazione. Uno degli argomenti che emergono dall’attività è quello della piacevolezza della condivisione, la gioia del mangiare in buona compagnia. E naturalmente, da quando ho iniziato, per motivi di orario e logistici, mi trovo sempre a pranzare da sola e in uno dei posti più tristi che ci siano, l’auto. Ho provato sia il panino mangiato in fretta al bar per poi ammazzare il resto del tempo in macchina spippolando con l’iPhone; il panino comprato e poi mangiato in auto per poi ammazzare il tempo con un libro; il pranzo seduta, con pane e coperto per poi ammazzare il tempo in vettura cercando di capire come avevo fatto a spendere 11 euro per un piatto di bresaola e mezzo litro d’acqua. E l’esperienza mi ha insegnato:
1) il tempo non si ammazza, alla lunga è lui che ammazza te
2) i panini ammazzano il fegato
3) quest’auto è da pulire
Ecco allora che oggi con me è venuto il gallo Riki, che il coperto e il cibo me li sono portati da casa, che nonostante la pioggia ho fatto un picnic e che il tempo, invece di ammazzarlo l’ho trascorso con voi.

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Menù
Riso basmati
Lenticchie
Cioccolatino al caffè
Tisana digestiva