Antidoto di un lunedì di giugno

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È lunedì pomeriggio. È la fine di giugno. È caldo. È il momento in cui, ripensando al fine settimana appena trascorso, già si sogna quello a venire. E viene voglia di strappare le pagine del calendario che separano il primo giorno della settimana – quello in cui lo stress da ripresa ci rende lunatici – dal venerdì, il giorno della vendetta.

Adesso prendete il martedì o il mercoledì che avete strappato (andrà bene anche il giovedì se preferite) e appuntatevi queste coordinate

latitudine 43.6740769

longitudine 11.087561999999934

ovvero Via Trucione, 41, 50025 Montespertoli FI, Italia

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poi prendete il telefono, componete il numero 335 6683147 e prenotate un tavolo all’Agriturismo Borgostella per il fine settimana (venerdì? Sabato? Domenica? Venerdì, sabato e domenica?)

 

Cominciate quindi a visualizzare vigneti in pendenza, tramonti toscani sulle colline del Chianti (per chi non ne avesse mai consumato uno consiglio di rimediare quanto prima e con occhi avidi) e sorsi di birra artigianale come se un domani ci fosse e lo si volesse vivere parecchio bene. Questo sarà il pensiero che vi salverà in questa settimana che il meteo annuncia torrida.

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Potrete accompagnare la Birragricola ad una pizza buonissima ed estremamente digeribile cotta nel forno a legna a cui probabilmente verso le 23, se sarete ancora lì, vi accosterete per scaldarvi perché l’aria intanto si sarà fatta fresca.

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Una pizza fatta con ingredienti di qualità e di stagione, un luogo semplice ma pieno di cultura, la cultura delle tradizioni, del recupero della tradizione e della sostenibilità.

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Scoop! Oliva salva Mozzarella a costo della sua vita. Cronaca di un sacrificio culinario.


Quando non posso fare a meno di rivolgermi alla grande distribuzione, la Cooperativa di Legnaia e le botteghe del Palagiaccio disseminate per Firenze e provincia costituiscono una valida alternativa alle bancarelle del mercato di fiducia o al fornitore del gruppo d’acquisto solidale.

E l’altro giorno, che sono andata a fare la spesa proprio alla Cooperativa e ci ho trovato un apposito banchino con i prodotti del Palagiaccio, la vita da massaia mi ha sorriso. [D’altronde la felicità sta nelle piccole cose. (…Già, chissà allora in quelle grandi)].

E qui entra in gioco l’oliva. Perché quando la signora che mi ha servito le tre mozzarelle che avevo chiesto mettendo un’oliva nella vaschetta, ha visto la mia espressione incuriosita, mi ha spiegato come conservarle correttamente  e a cosa serve l’oliva appunto:

una volta a casa togliere subito la mozzarella dalla vaschetta preferendole un contenitore di vetro o ceramica

 riempirlo d’acqua e inserirci l’oliva

adagiarci la mozzarella e versarci il siero che ha rilasciato durante il ritorno a casa.

L’oliva servirà in caso non si voglia mangiarla tutta subito – io per esempio avevo comprato tre fior di latte sapendo che per cena ne avrei usate solo due – e assorbendo l’acidità del siero salverà la mozzarella; lei dopo tre giorni sarà marrone e da buttare mentre noi potremo ancora consumare il nostro buon boccone di latte.


E fu così che una bella di Cerignola si immolò per l’altrui godimento (cosa che succede anche alle belle di altri paesi).

È germogliato un amore

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Avete presente i germogli di soia?

(…)

Quelli del supermercato che sanno tremendamente di erba? (…)

Quelli che avete conosciuto e acquistato in seguito al boom di ristoranti cinesi degli anni ottanta? E che dopo un paio di giorni dall’acquisto lasciano nella vaschetta di plastica quell’acquetta giallognolonerastra (ebbene si, sono l’incubo della Pantone) così inquietante e dall’odore pungente? Ecco, quelli io non li ho mai potuti sopportare. – E forse si intuiva…

(un po’ di tempo dopo…)

Ma veniamo al punto

Signore e signori oggi vi parlo del mio nuovo amore per i germogli.

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Un amore che è ancora un germoglio, un flirt diciamo, ma che con le dovute condizioni astrali si potrebbe trasformare in una passione bruciante…e sì che per lo più i germogli si mangiano crudi!

Una piccola scintilla scattò una sera a cena a casa di Flora (che se mai dirigerò un film, avrà questo titolo). E insomma, arrivarono in tavola bel belli e distesi su un vassoio, avviluppati e vaporosi, brillanti, dei germogli di ravanello e di porro. E fu davvero una bella scoperta. Una sorpresa di delicatezza ma contemporaneamente di sapidità e freschezza.

Nonostante questo, la cosa morì lì. Ma si sa che a volte, perché ci si incontri in amore, il tempismo è tutto; e forse quello non era il nostro momento.

Ma insomma nel frattempo le cose cambiano, gli orizzonti si ampliano e le esperienze culinarie anche, la salute, il benessere, la gola, la voglia di sperimentare etc… etc…

e oggi mi ritrovo con un germogliatore in casa. Per quanto lo userò? Quanto durerà la nostra storia? Non lo so, ma se son rose fioriranno.

E se son semi germoglieranno!

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Pare che i germogli abbiano tantissime proprietà benefiche contenendo grandi quantità di vitamine, minerali e fibre. E devo dire che sono anche molto buoni(non tutti però!). Benché la mia esperienza sia estremamente breve (al momento ho scoperto che i germogli di ravanello mi piacciono e si ottengono con facilità, che i germogli di cicoria per il mio gusto sono troppo amari (e si che a me la cicoria piace tanto!) e sto facendo il tifo per i germogli di porro che mi sembrano così piccoli e delicati – inerti – da farmi temere per il fallimento.

A proposito di fallimenti, io il germogliatore me lo sono fatto in casa assemblando vari cestelli per la bollitura e la cottura al vapore delle verdure e pare che funzioni; però il mio primo tentativo l’avevo fatto con il sistema delle vaschette di plastica, e i germogli si erano ammuffiti tutti. Stavo quindi per cedere alla tentazione di ordinarne uno su internet quando mi è venuta l’idea dei cestelli evitandomi di comprare qualcosa che poi avrei dovuto collocare riavviando il tetris di tutte quelle volte che devo inserire un nuovo attrezzo da cucina o stoviglia nel mio cucinotto.

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Mi sto documentando e un valido aiuto per destreggiarsi è venuto dal bellissimo libro di Rita Galchus “germogli in casa” (logosedizioni) in cui si mostrano diversi sistemi di germinazione, le varie proprietà e i diversi tipi di semi e di loro utilizzo, i temi di ammollo, la resa secondo il quantitativo di semi da germinare e così via.

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A grandi linee comunque funziona così:

in un contenitore dal fondo forato che permetta la scolatura di acqua e che abbia un vassoio che la possa raccogliere (o in un barattolo col tappo a rete) si mettono dei semi (bio!) precedentemente ammollati 

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sul fondo dei cestelli ho messo della garza perché i semi della cicoria erano molto piccoli e passavano dai buchi di filtraggio

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e tenendoli coperti si passano sotto l’acqua due volte al giorno fino a quando il germoglio spunterà e crescerà arrivando alla grandezza desiderata (2-4 cm).

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A questo punto si lasciano alla luce per qualche ora (circa 4) affinché avvenga il processo di fotosintesi e diventino verdi per la clorofilla.

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Poi si prende quest’esplosione di vita e la si mangia: in insalata, insieme alla quinoa, nelle zuppe, in un pesto, in un panino imbottito… nello yogurt, a manciate… saltati in padella…

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in insalata, conditi con olio e gomasio

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con la “finta parmigiana” per abbatterne l’acidità

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Insieme al pesto di rucola e mandorle tra due fette di pane ai semi oleosi dell’azienda Gli amici del Cerro

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!

Indovina Ghi?!

Il burro ghiarificato! Pardon…chiarificato.

Il ghi (dalla lingua hindī ghī o come anglicismo ghee) è il burro chiarificato usato nella cucina indiana e ayurvedica ma più in generale nei paesi asiatici. Si tratta di un burro privato dell’acqua, della componente proteica e del lattosio; un grasso “puro”, privo di colesterolo e facilmente digeribile. Secondo l’Ayurveda il ghi è un dono prezioso capace di nutrire senza appesantire, ma soprattutto di dare equilibrio ai tre Dosha – o energie vitali: Vata, Pitta, Kapha – che determinano tramite il loro stato di equilibrio o squilibrio lo stato di salute dell’individuo. Lo si può comprare o fare in casa e io, ovviamente, ho scelto la seconda strada. Non vi spiegherò passo per passo come si fa perché la rete è piena di spiegazioni più che esaustive ma, a grandi linee, si tratta di scaldare a fiamma bassa il burro eliminando, via via che affiorano in superficie, le parti solide. È un’operazione lenta che richiede tempo e pazienza il cui esito ripaga ampiamente.

Preparazione del ghi

Preparazione del ghi

In cucina si può utilizzare al posto di tutti gli altri grassi e per qualsiasi uso, a patto che il suo sapore – indescrivibile – vi piaccia. Il fatto che il suo “punto di fumo” sia molto alto lo rende perfetto nelle fritture, migliore di qualunque olio. Si conserva fuori dal frigo e, non irrancidendo, si conserva molto a lungo. Molto, molto a lungo, fino a 100 anni!

Io l’ho preparato la prima volta qualche mese fa dopo che un medico ayurvedico me lo aveva “prescritto” in un ciclo di cure; ma oggi l’ho rifatto per usarlo unicamente in cucina. Iniziano gli esperimenti!

La cosa che più mi interessava era poter usare il ghi nella preparazione di frolla o brisée, che io raramente faccio proprio per la presenza massiccia di burro preferendo ad esempio (per le ricette salate) la pasta al vino (che, ormai si sa, mi ha rubato il cuore).

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Partendo dalla folgorante ricetta di Forchettina giramondo, ho provato la Tarte Tatin di arance preparando la pasta frolla con il ghi al posto del burro, farina di grano tenero semintegrale e usando zucchero di canna grezzo mascovado, che con la presenza di melassa non sempre rende bene nel sostituire gli zuccheri più raffinati nelle ricette. Volendo provare qualche accostamento aromatico con l’arancia, ho cosparso le fette con del rosmarino tritato creando un incontro che è diventato amore.

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Arancia&Rosmarino, incontro sopraffino!

Ebbene, son soddisfatta – anche se la torta l’ho cotta un po’ troppo!

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La mia tartetatin di arance si è scottata!

200gr Farina semintegrale*

100gr Ghi*

70gr zucchero di canna grezzo* (+ 4 cucchiai)

1 uovo intero*

1 pizzico di sale

2-3 arance*

rosmarino q.b

Mischiare l’uovo con lo zucchero, unire poco alla volta la farina e infine il ghi. Impastare velocemente formando una palla che farete riposare in frigo per almeno 30 minuti.

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

La pasta risulta scura per via dello zucchero grezzo

Intanto scaldare il forno a 180° e cospargere il fondo di una tortiera bassa con i 4 cucchiai di zucchero. Adagiarci le fette di arancia (senza buccia) cercando di non lasciare troppi spazi vuoti e cospargerle col rosmarino tritato;

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stendere la pasta in un disco e adagiarlo sopra le arance facendo in modo che aderisca bene alla frutta e rincalzandolo se necessario ai bordi in modo che le fette restino all’interno del disco. Infornare per 30-40 minuti secondo la personalità del vostro forno, il mio si sa, è pazzo e probabilmente 25 sarebbero bastati… sarebbero…

Una volta cotta rovesciatela subito in un piatto togliendo con cura la carta forno. Servire a temperatura ambiente.

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E con un po’ di pasta frolla avanzata ho provato a fare i biscotti…

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…perfetti!

*ingredienti biologici

Torcetti al sesamo

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Vi capita mai di aver fame ma contemporaneamente non aver voglia di niente? A me succede in questi periodi di festa in cui si fa un gran parlare di cibo e in cui si fa anche un gran mangiare di cibo. Il 1° dell’anno l’ho passato così, apaticamente sul divano, a chiedermi ogni cinque minuti cosa poter mangiare senza aver voglia di cucinare e senza riuscire a individuare un sapore, un gusto, che valesse la pena di mettermi ai fornelli. L’unica idea fissa erano i taglierini all’astice. Difficili da realizzare senza astice e senza taglierini.

Ho dovuto aspettare il 2 gennaio per andare al supermercato e procurarmi gamberi e spaghetti. Gamberi e spaghetti? Si, perché evidentemente il supermercato era stato svaligiato da un’orda barbarica nei giorni precedenti e l’astice non c’era neanche surgelato. I taglierini c’erano ma senza astice non sarebbero stati la medesima cosa (oh, quando una è fissata, è fissata!). Ed ecco allora che ho ripiegato su spaghetti (rigorosamente di “Libera”) e gamberi.

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Ma prima di papparci una cofana di pasta ho preparato una cosa sfiziosetta, ché a me le cose sfioziosette piacciono più dei piatti forti, accompagnando un’insalata di finocchi e arance con dei torcetti al sesamo. Li ho fatti con la mia adorata pasta al vino, quella che uso sempre per torte salate e strudel di verdure; per circa 30 torcetti vi seviranno:

300 gr di farina* (io semintegrale di grani teneri antichi)

100 gr di vino bianco secco

80 gr di olio e.v.o*

un pizzico abbondante di sale

semi di sesamo q.b

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Unite farina, vino, olio e sale e impastate bene fino ad ottenere un impasto sodo e liscio. Via via staccate dei pezzetti di pasta e, come facevate con il pongo da piccoli, formate dei bacherozzi non troppo sottili, torceteli un po’ per dargli un leggero movimento a spirale e passateli nei semi di sesamo.

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Disponeteli sulla placca del forno foderata di carta forno e passateci sopra un filo d’olio. Infornate per 15-20 minuti a 180° in modalità ventilata.

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Saranno ottimi con l’insalata ma anche con qualche salsa o tapenade per l’aperitivo; avvolti da fette di prosciutto o altro affettato a vostro gusto come antipasto o spuntino.

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E che sia un nuovo anno sfizioso per tutti!

*ingredienti biologici

Total white depurativo con finale a contrasto**

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Durante le feste di Natale si mangia parecchio. Più del solito, più del dovuto; peccati di gola a volontà trullalero trullallà.

Quale è stato il vostro menù del 25? e quello del 24? e del 26? Non sto cercando di girare il coltello nella piaga…sono curiosa (disse ridendo sardonicamente pur sapendo di essere con un piede sulla stessa bilancia). Noi quest’anno siamo andati sul tipico toscano: crostini di fegatini, torte salate, tortelli di patate al ragù, “gran pezzo” alla fiorentina con purè di patate, per pranzo. E a cena tortellini in brodo e lesso di manzo e cappone con lenticchie. Il 26 poi, avanzi.

Ma tra Santo Stefano e l’ultimo dell’anno cerchiamo di darci una calmata!

Zuppe, frutta, verdura, tisane; frutta secca; e qualche ricciarello. E ovviamente anche il prosecco.

Perseguendo la mia ideale voglia di purezza (quella drenata, limpida, nient’affatto appesantita e soprattutto priva della pallina di natale – o meglio del bubbone natalizio – che a me invece è spuntato sul mento) ieri sera ho optato per un menù “total white” con una vellutata di finocchi e sedano al ginger:

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– 5 finocchi*

– il cuore di un sedano

– brodo vegetale (io l’ho fatto col dado ma di quello bio e senza glutammato)*

– mezzo bicchiere di latte p.s.

– 4 cucchiai di panna vegetale (io di riso)*

– 5 cm di radice di ginger (zenzero)

– 1 spicchio d’aglio*

– olio e.v.o*

– sale* q.b.

Mettere a rosolare in un tegame l’aglio nell’olio; pulire e affettare finemente i finocchi e il sedano e saltarli in tegame a fuoco vivace per qualche minuto aggiungendo un po’ di sale. Quando si saranno insaporiti versare il brodo fino a coprire a filo e lasciare andare per 10 minuti con su il coperchio. Quando il liquido sarà diminuito rabboccare con il latte (e più avanti con altro brodo o acqua se necessario) e unire la radice di zenzero tagliata a pezzettini. Una volta che la verdura sarà cotta procedere a frullare tutto col frullatore ad immersione. Prima di servire calda, aggiungere la panna vegetale per dare un po’ più di corpo alla vellutata.

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Però c’è un “però”. Ché io, un biscottino a fine pasto me lo mangio volentieri.

E allora con sprezzo, quasi a voler profanare quella distesa di bianca purezza, ho sfoderato le “pepite al cioccolato” comprate al supermercato.

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Potrò pur comprare dei biscotti visto che in questa casa non è comparso né un panettone, né un pandoro e tantomeno si è vista una briciola di torrone!!! (e non conta se a me non piacciono, non è colpa mia se i dolci natalizi non mi inducono in tentazione)

Comunque ho fatto una gran scoperta: Il mondo di Laura – biscottificio artigianale di Roma. Le pepite sono strepitose e mi sa che domani le ricompro!

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* ingredienti biologici

** ATTENZIONE questo è il post con il maggior spirito natalizio che mi è stato possibile reperire.

Fettunta all’alpina e patate ripiene: tempo di funghi!

tempo di funghi

tempo di funghi

Per lo scorso mercoledì-veg ho optato per una cena a base di funghi porcini. D’altronde quest’anno non dovrebbe essercene penuria e il costo mi pare abbordabile. Li cucino raramente perché in famiglia non ci sono cercatori e non amo comprare funghi coltivati magari provenienti da zone piuttosto lontane. Ma ho trovato dei funghi degni di questo nome al mercato e quindi mi sono prontamente messa ai fornelli. 

Pulire i funghi è una pratica che mi mette sempre un po’ in ansia; non dovendo usare l’acqua (o almeno in quantità molto ridotta) e usando solo lo spazzolino apposito per le verdure ho sempre paura o di pulirli troppo poco e ritrovarmi poi la terra in bocca o di procedere troppo bruscamente e sciuparli. Direi che per stavolta è andata bene e siccome le cappelle erano sane ho deciso di farle sulla griglia usando invece i gambi per delle patate ripiene. 

Fettunta all’alpina:

(ma cos’è la fettunta lo sapete? In Toscana si chiama così la bruschetta, fatta con pane toscano – quindi non salato, tipo la “bozza di Prato”, il pane del Mugello o di Altopascio – abbrustolita, strofinata d’aglio e condita con olio e.v.o e sale)

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Dopo averle pulite e separate dai gambi fare 2-3 incisioni sulle cappelle e infilarci una fettina di aglio e qualche fogliolina di nipitella (mentuccia). Adagiarle sulla griglia calda e cuocerle da ambo i lati finché non si saranno ammorbidite e, in senso figurato, un po’ affrittellate. 

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Contemporaneamente abbrustolite delle fette di pane toscano, conditele con olio e sale (e l’aglio per chi lo digerisce) e una volta cotte adagiateci sopra le cappelle di porcini su cui avrete passato un filo d’olio e un pizzico di sale. Se avete delle foglie di alloro infilatene una su ogni fungo a mo’ di piuma sul cappello degli alpini. 

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10 e lode

Con i gambi rimanenti potrete fare qualunque cosa, dai funghi trifolati al sugo per la pasta. Io ho sperimentato!

Patate ripiene:

patate ripiene di funghi porcini

patate ripiene di funghi porcini

Lessate in acqua salata e con la buccia due patate abbastanza grandi e dalla forma regolare facendo attenzione alla cottura che deve essere a puntino (meglio un po’ più crude che sfatte, in caso potrete tenerle un po’ di più in forno). Passatele sotto l’acqua corrente e aspettate che si siano freddate poi sbucciatele e tagliatele a metà per il lungo; asportate la parte centrale (che potrete riunire all’impasto in un secondo momento) con un cucchiaio facendo attenzione che non si rompano, ottenendo così 4 barchette. 

In una teglia fate rosolare nell’olio 1-2 spicchi d’aglio e buttateci i funghi affettati e abbondante prezzemolo tritato; salare, pepare e sfumare con un po’ di vino bianco. 

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Io poi ho proceduto con la versione veg aggiungendo panna di soia ma con il latte vaccino (e in ultimo un po’ di parmigiano grattugiato) andrà anche meglio. Una volta ultimata la cottura, cospargete le barchette con un pizzico di sale e un filo d’olio riempiendone poi la cavità con i funghi. Passate in forno caldo per circa 10-15 minuti.

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n.b. La qualità e il tipo di patata sono fondamentali per la buona riuscita di questa ricetta, le mie non erano molto adatte 😦

IL TAGLIE.RE

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Adoro gli utensili in legno, e il tagliere è il loro Re. Sogno di cucine sconfinate in cui troneggi Lui, grande, pesante e che sa di olivo.

E invece ho un cucinotto e i taglieri dell’ikea (che San Francesco Caracciolo mi perdoni). Almeno fino a pochi giorni fa quando, nel mio cucinotto, è arrivato i’ principino. Omaggio inaspettato giunto a cavallo della cortesia.

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Un tagliere dell’Antica Macelleria Falorni, di quelli usati per servire in tavola; così, per sognare la loro tartare di vitellone alla “sbriciolona” e fichi secchi – e dico sognare perché oggi è il mercoledì-veg!

L’ho trattato come si confà, ovvero con olio di semi (bio naturalmente) passandolo su tutta la superficie due volte a distanza di un giorno, procedimento che, a quanto ho appreso nel documentarmi un po’, è buona regola fare 2 volte l’anno.

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Ci sono vari tipi di olio che si possono usare: naturalmente l’olio di oliva ma alcuni sostengono che irrancidisca e che quindi sia meglio procedere con un olio di semi (lino, girasole…); oppure l’olio di vaselina enologico/farmaceutico. A questo link trovate consigli semplici per una pulizia regolare e curata degli utensili in legno.

Dieta si ma profumata!

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Coniugi a dieta. Inutile dire che la cosa è piuttosto scocciante. C’e di buono che è estate e risulta tutto in po’ più facile.
Ieri con l’insalatona mista (insalata, pomodori, cetrioli, tonno e carote) e le gallette sottili di farro (a mio gusto molto più buone e saporite di quelle di riso che proprio non riesco a farmi piacere) ho fatto un piccolo esperimento aggiungendo delle erbe aromatiche. Foglie intere (non troppo grandi) di basilico, prezzemolo e menta hanno dato gusto e freschezza all’insalata.
Da replicare alla prossima. Ovvero molto presto. 😣

Il DOGMA della mia prima volta

 


Il DOGMA della mia prima volta

Signore e signori vi racconto la mia prima volta!

Nessun contenuto “hot” però, solo ironia – per quanto, proprio l’ironia mi risulti estremamente sexi. Mi riferisco alla “mia prima volta” nel ruolo di foodblogger in prima linea, quella che va nei posti ganzi, li fotografa, si informa prima-durante-dopo l’incursione, assaggia i piatti forti, li recensisce scrivendo un ottimo post sul suo blog e, guadagnandosi una buona reputazione tra i suoi lettori, diventa pian piano un cosiddetto “influencer”. Come è stata la mia interpretazione? Scarsina, quasi dilettantistica; ne conseguirà un articolo sfigato che gioca al ribasso per risultare simpatico. Siete avvisati, prendetelo come un dogma.

Nei miei pensieri, questa prima volta mi avrebbe vista organizzata, figa, preparata. Invece ero in cerca delirante di una penna.

E per fortuna che il locale è accogliente, ben curato ma senza incutere soggezione; ci invitano a sederci dove preferiamo e chissà come, finisco proprio col volto rivolto verso la lavagna del menù del giorno.

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I dubbi amletici iniziano ad assalirmi:

  1. glielo dico che vorrei scrivere un post su di loro?

  2. sembrerò maleducata se mi beccano a fotografare?

  3. si, bisogna che chieda il permesso

  4. allora gli devo dire il motivo

  5. ma se glielo dico prima di mangiare sembra che voglia una cura particolare

  6. ma se glielo dico dopo, sembra fatto a tradimento

  7. scommetto che Edoardo Raspelli non ha mai avuto di questi dubbi.

Insomma, alla fine ho blaterato qualcosa su un fantomatico blog e un’amica in comune e ho ordinato un’insalata mista.

E qui possono partire cori e fischi:

Lettore: Invece di assaggiare i mezzi paccheri alla crema di piselli, il taboulé di cous cous o il seitan alla siracusana hai preso un’insalata mista?

Io: Si, ma giuro che ho osservato attentamente i piatti dei miei vicini di tavolo.

E a mia discolpa posso addurre un elemento probante: la scheda per comporre la “mia” insalata. Potevo forse rinunciare ad un lapis e ad un foglio tutto colorato su cui scrivere? Potevo rinunciare a quello che aveva tutta l’aria di un giochino? no. E quindi vada per l’insalata, che è risultata buona e tanta.

 

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la foto non rende giustizia alle dimensioni (e in fatto di cibo non la penso come nel sesso: le dimensioni sono importanti!)

 

 

Ruminando la verdura, e rimpinzandomi di pane oltre ogni mia intenzione, penso che quello che mi interessa di più è il progetto che sta alla base di questo tavolino, di quel menù e delle materie prime che compongono i piatti e che ve la devo raccontare:

il proprietario del DOGMA è Salvo, un ragazzo siciliano che ha cambiato la sua vita professionale cogliendo un’occasione che gli si è presentata qui a Firenze (si, siamo a Firenze). Con lui si è imbarcata Olachi, la ragazza che lo affianca in sala e lo chef, Antonio, che dalla Sicilia lo ha raggiunto per essere l’anima intransigente della cucina (“neanche per un caso i piselli surgelati possiamo comprare” mi dice Salvo parlando di Antonio). Si, perché al DOGMA partono solo dalle materie prime, non c’è niente di già pronto; i prodotti sono al 99% BIO anche se ancora non possono scriverlo per questioni di carattere burocratico e anche i mobili se li sono fatti in gran parte da soli assemblando materiali di scarto ma con una cura e una riuscita assolutamente credibili.

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I piatti, principalmente vegani (e io ci sono venuta apposta per il mio mercoledì-veg), sono cucinati sulla base di ricette siciliane le cui materie prime essenziali, quelle senza le quali i piatti non avrebbero un sapore tradizionale, arrivano direttamente dall’isola patria anche a costo di notevoli complicazioni. E io gliene sono grata, perché il cannolo siciliano che ho mangiato dopo l’insalata, riempito al momento, era da 10 e lode.

BIEP! BIEP! BIEP! ALLARME ROSSO BIEP! BIEP! BIEP!

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BIEP! BIEP! BIEP!

Si ok ho sgarrato, mea culpa, ma voi che avreste fatto?!

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Apprezzate almeno la sincerità e credetemi se vi dico che un pranzo qui vale la pena (per adesso non coprono servizio cena ma stanno organizzandosi per iniziare a settembre) magari di lunedì, perché potreste trovare un buffet a prezzo fisso con la formula “all you can eat” e Salvo che vi parla dell’oliva “iblea” e del suo olio. Io ci torno sicuramente.

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Se volete altre informazioni potete andare sulla pagina fb o scrivere a dogmacafe@libero.it

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